martedì 23 marzo 2010

Riflessioni sulla democrazia dopo tangentopoli

Lo scandalo denominato Tangentopoli e il lungo processo che ne derivò, come molti ricorderanno, scaturirono in modo casuale da una vicenda di innocenti mazzette, orchestrate in modo grossolano da un modesto figuro del sottobosco milanese, tale Mario Chiesa, a quel tempo Direttore del Pio Albergo Trivulzio. Un personaggio, questo Mario Chiesa (dagli amici amabilmente chiamato Mariotto), recentemente balzato agli onori della cronaca per via di un suo ennesimo giro di tangenti, a conferma di quanto sia ancora valida la morale della saggezza antica: il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Nell’immaginario collettivo, Tangentopoli divenne famosa perché con essa sembrò terminare il malcostume di una certa politica cialtronesca, di sola facciata e di puro compromesso, fondata sul perseguimento di torbidi interessi personali, a vantaggio di una ristrettissima elite di potentissimi uomini di partito (chi non ricorda il C.A.F., acronimo di: Craxi, Andreotti, Forlani), di burocrati di apparato e di imprenditori spregiudicati e foraggiatori del sistema. Grazie a Tangentopoli, dissero i giornalisti, tramontava definitivamente la cosiddetta prima repubblica e, in luogo di essa, prendeva vita e spazio un’Italia nuova di zecca, fatta di una classe dirigente nuova, di nuovi partiti e di una coscienza civile radicata e diffusa, finalmente orientata al rispetto delle regole e ai giudizi di merito, alla pretesa di moralità nell’azione politica e amministrativa.

Sparirono dalla scena politica i partiti storici del dopoguerra, dalla Democrazia Cristiana allo stesso Partito Socialista Italiano. Il neonato P.D.S., nato per necessità storica dopo la caduta del blocco sovietico e la conseguente svolta della bolognina, non avendo più antagonisti di alcun genere, si ritrovò fortemente sbandato e in balia di se stesso, sempre più avvitato in discorsi retorici imbarazzanti, che da un lato intendevano smarcare il nuovo partito e a farfugliare una certa distinzione affrancatrice tra la tradizione comunista italiana e quella sovietica, dall’altro intendevano rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che il P.D.S. sarebbe stata l’alternativa giusta per l’Italia, anche perché miracolosamente scampato dalla catastrofe giudiziaria. Non fu così. La gente non abboccò e al P.C.I./P.D.S./D.S. (sequenza di sigle confusionaria per dei surrogati confusi) rimasero la sola retorica, l’inconcludenza assoluta e l’autoreferenzialità della propria oligarchia, gravami ancora piuttosto evidenti nel neonato PD.

A valle di quest’articolato processo e di fronte alla condizione attuale della politica italiana, non mi sento di dire che Tangentopoli corrispose a una vittoria della nostra democrazia. Tangentopoli fu la vittoria di un’Istituzione dello Stato, la Magistratura, su un'altra istituzione: il Parlamento della Repubblica. La Magistratura, è innegabile, svolse la propria funzione, l’esercizio dell’azione penale, ma lo fece con modi ed efficienza sino a quel momento sconosciute e, vorrei aggiungere, ancora distanti dall’esperienza quotidiana di un comune cittadino. Chi ha avuto a che fare con la Giustizia, sa bene quanta burocrazia, lungaggini, inciuci tra notabili avvocati e tempi morti occorrono per arrivare a una sentenza che, il più delle volte, non soddisfa mai nessuno, proprio a causa dei tempi biblici che servono per arrivarci. Da questo punto di vista, Tangentopoli è stata più un feroce regolamento di conti tra apparati dello Stato, che una rinascita democratica. Di fronte alla latitanza dell’elettorato, la Magistratura ha deciso di fare il proprio corso, come una valanga, che quando si mette in moto non conosce ostacoli e scivola a valle con furia. E poi, a parte Sergio Cusani e qualche altro faccendiere, chi è che ha veramente pagato per le proprie colpe nei riguardi dello Stato? Bettino Craxi? Arnaldo Forlani? Cirino Pomicino? Al primo dedicheranno presto strade e piazze. Agli altri... sono tranquilli e sereni a condurre i loro affari e dai più vengono pure rimpianti. Direbbe Shakespeare: molto rumore per nulla.

In una democrazia matura, il cambiamento interviene sempre e soltanto per opera della sovranità popolare. Da parte del corpo elettorale, dopo le vicende di Tangentopoli, non è mai avvenuto alcun sovvertimento sostanziale della classe politica italiana. Ai partiti storici e ai nomi altisonanti del tempo si sono sostituiti altri, scelti tra le seconde linee, i faccendieri e gli zelanti portaborse dei vecchi baroni (il novello campione della rinascita vetero- democristiana, alternativa al bipolarismo e di chiaro stampo cerchiobottista, è Pierferdinando Casini, storico portaborse di Arnaldo Forlani). Il popolo è rimasto alla finestra a guardare, ed è ancora fermo sugli spalti, a parteggiare con accaloramento a favore dei giudici e a sostenere nel frattempo, con evidente contraddizione e malafede, il vecchio modo di intendere e di fare la politica. Il popolo continua a partecipare solo, nel momento e laddove ne ricava un vantaggio.

Tangentopoli ci ha restituito un Paese di fatto spaccato in due e quotidianamente dilaniato dalla rissosità dei due contendenti istituzionali. Fintanto che non capiremo che la democrazia siamo noi, ciascuno di noi, con la qualità del nostro impegno, della nostra partecipazione e del modo responsabile con cui operiamo le nostre scelte, la rissa andrà avanti e il Paese inesorabilmente alla deriva. La qualità democratica di un Paese non si giudica dalla corposità e severità dei suoi sistemi, giudiziario e sanzionatorio, ma dal modo in cui la comunità e i suoi rappresentanti interpretano, si conformano e rispettano le leggi che essi stessi si sono date.

Qualunquismo e astensionismo: la Democrazia è un pericolo

È evidente a chiunque che in Italia sta avendo luogo un gravissimo distacco tra il sistema dei partiti, “lievito madre” della democrazia rappresentativa, e i cittadini, ragion d’essere dell’Italia in quanto nazione. La rissosità inconcludente tra gli schieramenti e la sistematicità con cui si susseguono scandali, inchieste della magistratura e conseguenti arresti, sono elementi alla base della disaffezione dei cittadini riguardo al fare politica, e costituiscono il palese presupposto di due fenomeni dilaganti: il qualunquismo; l’astensionismo. Il primo, crescente soprattutto tra i giovani, sempre più disillusi, disincantati, frustrati nelle loro aspirazioni di crescita e affermazione, nichilisti e distanti dall’idea che possa esistere, oltre il ristretto confine percettivo- morale che li identifica, una res publica di ordine superiore: un’entità collettiva, dalla quale possano ricevere e verso la quale orientare traguardi, scelte, il proprio appassionato contributo di partecipazione e di testimonianza. Il secondo, invece, è in aumento soprattutto tra coloro che negli anni passati o anche più recentemente, hanno voluto sentirsi parte attiva della politica, partecipando alla vita dei partiti, sostenendoli dall’esterno e dall’interno, tesserandosi, contribuendo al loro consolidamento, affezionandosi ai loro leader e ai loro programmi di rinnovamento ideologico. Per ciascuno dei due gruppi sociali, seppure con gradi di consapevolezza e modalità ben diverse, sembra sia stata frustrata l’idea fondo, quella di essere parte integrante di un progetto più grande: l’Italia. La rassegnazione, circa l’immodificabilità e irredimibilità del sistema, è diventata fattor comune tra qualunquisti e astensionisti. I primi, in modo particolare, riducono la questione affermando che tanto, in politica, sono tutti uguali, che senso avrebbe, quindi, informarsi o impegnarsi per qualcosa o qualcuno. Se si decide di andare a votare e il meteo non suggerisce altre scelte, ben più goderecce, si sceglie il candidato più simpatico, quello che è stato suggerito dall’amico o che va di moda, sulla base delle voci di strada. I secondi tendono, invece, a discutere tra loro, per piangersi addosso e rimpiangere, posti di fronte all’inquietante interrogativo di sempre, quanto meno a sinistra: che fare?. Il risultato è, alla fine, identico: la non partecipazione, patologia grave della nostra democrazia rappresentativa, che rischia per questo malessere endemico di tramontare definitivamente. Il vero pericolo per la democrazia, infatti, non risiede tanto nella spinta anarchica del megalomane per eccellenza, a tutti ben noto, ma nei cittadini che non partecipano alla vita pubblica, che non vivono, non testimoniano e non alimentano, con la loro fattiva partecipazione, la Democrazia.

Il problema, quindi, è come fare a recuperare i cittadini e i giovani, soprattutto, alla politica e alla partecipazione democratica. Io credo che la soluzione sia da sperimentarsi nel favorire la costituzione di movimenti locali, che incoraggino l’avvicinamento dei cittadini alla vita e alle scelte della comunità in cui risiedono. I grandi “partiti apparato”, quelli che per fare opinione abbisognano sempre più di presenza negli spettacoli televisivi e di un esasperato cicaleccio pseudo- giornalistico, sono dal mio modesto punto di vista arrivati al capolinea della storia. Quello che può riavvicinare la gente comune alla politica è il loro coinvolgimento fattivo nelle faccende dell’ambito territoriale in cui vivono. Tali questioni sono almeno comprensibili, a livello locale, e vi è in più la possibilità di tracciare, con maggiore consapevolezza e precisione, il quadro delle responsabilità specifiche, inerenti agli insuccessi o ai meriti di una determinata azione politica. La democrazia è in pericolo perché si è andata smarrendo la possibilità di sperimentarla concretamente da parte di ciascuno di noi. La graduale burocratizzazione dei rapporti sociali, la diffusa e pervasiva presenza dei partiti nella vita pubblica e l’alienazione della gente comune rispetto alle istituzioni e allo Stato, sempre più distanti da ciò che il cittadino sperimenta quotidianamente nella propria comunità locale, rischiano di diventare la premessa per uno sbocco drammaticamente possibile: il dogmatismo del pensiero unico dominante. Torniamo a vivere la politica nella comunità cui partecipiamo. Torniamo a viverla con la coscienza di essere non soltanto cittadini vessati e incompresi, ma con la voglia di esprimere la nostra opinione, con forza e determinazione. Aggreghiamoci e rendiamoci promotori di nuovi soggetti politici locali, che diano chiare risposte e indicazioni serie, rigorose e severe all’autoreferenzialità delle ristrette oligarchie imperanti nei partiti nazionali. Buona comunità a tutti!

domenica 6 dicembre 2009

Saccu Leggiu (sacco vuoto) e politica

Il vuoto di partecipazione creatosi all’interno dei processi di rappresentatività democratica, dovuto, come cercherò di spiegare, alla sostanziale latitanza dei cittadini rispetto al “fare politica”, ha determinato la fenomenologia del “saccu leggiu”.
La politica è sempre più intesa come affare sporco e in ogni caso “privato" dei partiti o, peggio ancora, dei loro leader. È una specie di mestiere al quale si accede per cooptazione o tramite una sorta di rituale: le elezioni. È un traguardo personale di affermazione e di riscatto sociale, che assicura vantaggi e privilegi a chi ne beneficia, oltre che visibilità, prestigio e la quasi assoluta impunità per ogni ed eventuale malefatta. È un contesto nel quale i migliori non sono necessariamente i più capaci, anzi, spesso sono soltanto i più furbi, quelli che sanno osare di più in termini di trasformismo, opportunismo o arrivismo. Purtroppo per noi, a queste caratteristiche spesso corrispondono anche i personaggi ed i rappresentanti più disonesti.

Ma chi è il “saccu leggiu” in politica e, soprattutto, i suoi comportamenti e i suoi modi di essere, a quali conclusioni ci possono condurre?
Vorrei partire dicendo che, se fosse stato davvero “leggiu”, al primo soffio di vento il “saccu” sarebbe volato via già da tempo. Invece, le intemperie non lo scalfiscono affatto e forse perché, sino ad oggi, nessuno ha mai voluto soffiare seriamente contro di lui.

Da alcune parti si dice che il “saccu leggiu” è un fenomeno anacronistico, destinato ad essere spazzato via dall’incalzante rinnovamento, già in atto, presso la nostra sempre più informata ed acculturata società civile. Ad oggi, forse anche per la contumacia di molti media ufficiali, pare che il “saccu leggiu” non solo continui a resistere, ma che riesca perfino a trasformarsi con prontezza, a moltiplicarsi e a tramandare nel tempo il proprio patrimonio “genetico”, di padre in figlio, in un processo di “evoluzione della specie” del tutto simile a quello biologico. Il “saccu leggiu” gode, infatti, di straordinarie capacità metaboliche, che gli permettono di lasciare intatta la propria identità strutturale e di riassorbire qualunque perturbazione esterna.

Da questi eventi il “saccu leggiu” dimostra pure di saper derivare nuova linfa vitale e di riuscire a ricomporre quel miscuglio casuale di idee, punti di vista e valori morali, dei quali, per natura e vocazione, appare sempre fortemente intriso. Rivelatrice, al riguardo, è la terminologia a cui fa ordinariamente ricorso, sempre attuale e coerente con il bisogno di evocare e trasfondere nella società in cui vive, nuove speranze, nuovi ottimismi, insieme a vecchi allarmismi o ad ostacoli e minacce che, ineluttabilmente, si frappongono a quella visione di progresso da lui tanto auspicata. Riesce, perfino, a riportare dalla sua parte e ad annullare, banalizzandone i contenuti evocativi, i neologismi che qualcuno osa coniare per denigrarlo. Si pensi alla parola “casta”. Oggi se ne parla a tal punto che nessuno ci fa più caso. Ma l’aspetto più paradossale è che ad utilizzare il termine e a parlarne siano, proprio e soprattutto, i “sacchi leggi”!

Soprattutto nella fase iniziale del suo percorso di affermazione politico-sociale, il “saccu leggiu” dimostra, a ben vedere, molta buona fede, ma anche una scarsa visione ideologica e conoscenza storica. È quasi sempre animato da buone intenzioni e ritiene di essere colmo di virtù e saggezza. Si ritiene la guida naturale della sua collettività, capace di interpretare e di esprimere in sintesi le differenti aspettative; il leader finalmente in grado di superare lo strenuo e paralizzante ostracismo delle differenti ideologie, alle quali, comunque, egli attinge in modo molto trasversale.

Rispetto a ciò che non realizza, il “saccu leggiu” non prova alcuna frustrazione e nulla lo smuove dalla convinzione iniziale circa le sue doti personali. Una persona comune, al suo posto, prenderebbe atto e coscienza della propria inettitudine, lasciando umilmente il posto. Il “saccu leggiu”, invece, persevera testardo con atteggiamento messianico e nel contempo vittimista, convinto com’è che nessuno sia in grado di sostituirlo e che ad ostacolarlo siano fatti imponderabili, ma, soprattutto, indipendenti dalla forza della sua ragione.

Nell’approccio alle questioni politiche, il “saccu leggiu” adotta sempre una visione contingente, basata su una percezione epidermica delle priorità collettive. Con grande perspicacia, egli monta, smonta e rimonta continuamente la propria idea di futuro, rimanendo in tal modo sempre attuale, coerente e carismatico. La sua intelligenza è davvero superiore, anche perché, per emergere, spesso si attornia di intelletti piuttosto modesti, che nutrono nei suoi riguardi una devozione quasi apostolica e ai quali, comunque, dispensa ruoli e favori sempre fortemente correlati, nel prestigio, alla sua ascesa personale. Dimostra, inoltre, una straordinaria abilità nel confondere gli interlocutori e nell’esprimere, laddove per lui si palesino difficoltà, l’esatto contrario di quanto sembrava aver sostenuto solo poco tempo prima.

Nel confronto dialettico adotta sempre un criterio di tipo differenziale ed oppositivo ad ogni costo, in quanto vede se stesso come il solo che sia in grado di affrontare e risolvere le questioni da lui, in quel momento, giudicate rilevanti. Ha necessità vitale di un opponente, poiché i limiti ed i vizi di quest’ultimo servono, per differenza e contrasto, ad esaltare le sue doti di leader. Peraltro, questa forma di apparente scontro con l’avversario, che si consuma con punte anche elevate di plateale maleducazione reciproca, lo aiuta ad evitare il confronto diretto sui contenuti, relativamente ai quali, sia lui che l’opponente, spesso anch’egli “saccu leggiu”, dimostrano un’assoluta impreparazione o, al massimo, una conoscenza molto superficiale. All’interno di questa illusoria contrapposizione, quindi, tra i due “sacchi leggi” finisce con il sostanziarsi un tacito accordo di tipo corporativistico/solidaristico, che legittima entrambi e che prende in scarsissima considerazione le effettive capacità di ascolto e comprensione degli astanti. Il “saccu leggiu”, infatti, è talmente arrogante e corporativo, da non temere affatto la democrazia dell’alternanza, nella quale riesce sempre e comunque a trovare un posto e all’interno della quale trova tutto il tempo per elaborare il proprio piano d’azione futuro. Oltretutto, nell’attuale sistema di formazione della rappresentanza democratica, il “saccu leggiu” dispone di un metodo formidabile, che gli assicura sovranità assoluta e potere incontrastato di decisione. L’attuale meccanismo elettorale, infatti, ha privato il cittadino del diritto elementare di scegliere il proprio candidato, in base al nome e al curriculum.

Ciò che il “saccu leggiu”, invece, teme è l’astensionismo di massa e la critica di quanti, in modo indipendente, sono ancora capaci di esprimere il proprio punto di vista nella società civile, al di fuori delle apparenze formali e dei pur sempre comodi steccati ideologici. Di fronte al sorgere di tali movimenti, che per nostra fortuna sempre più visibili e spontanei nella società attuale, il “saccu leggiu”, con sostegno corporativo, prova a cooptare quanti muovono la critica con maggiore accanimento e, laddove non vi riesce, accusa costoro di qualunquismo, di generica antipolitica o di scarso senso di responsabilità verso la cosa pubblica.

Al punto in cui siamo giunti, ci dovremmo porre alcune domande, con l’obiettivo di provare a dare ad esse una risposta:

I cittadini sono i responsabili o le vittime di tale fenomeno?

Per quale ragione le elezioni, ovvero il momento di massima espressione della maturità democratica di una società, si sono ridotte a nulla più che ad una specie di concorso pubblico?

Perché, durante le elezioni, insieme ai politici veri si trovano a concorrere, sullo stesso piano, starlette ed imbonitori televisivi, faccendieri, avventurieri, ecc.?

La sensazione, che almeno io ricavo, è che i cittadini abbiano perso completamente di vista la loro funzione politica nella società. Anzi penso che, a ritenere il voto come l’occasione per esprimere liberamente e democraticamente la propria visione politica e, soprattutto, l’ideale personale di benessere futuro e collettivo, siano rimasti soltanto i più anziani o forse coloro, giovani e adulti, che volontariamente partecipano meno ai riti di massificazione globale del pensiero o agli effetti anestetizzanti dei luoghi comuni e dei cliché dispensati dai media. La maggioranza dei nostri concittadini sembra, invece, partire dal presupposto che in politica siano tutti uguali e corrotti o, al limite, corruttibili una volta entrati nel giro, e che sia pertanto inutile ragionare intorno alle “utopie” circa il futuro possibile o migliore, ma ben più pratico ricavare, da questa opportunità e dal proprio voto, l’immediato tornaconto personale. In tale contesto e a fronte di questa de-responsabilizzazione sociale, risoltasi in una sostanziale “cambiale in bianco” girata dai cittadini ai partiti, la politica ha finito col perdere di vista i propri contenuti e ha cominciato ad esaltare tutto ciò che è contingente, ovvero tutto quanto possa, cavalcando l’attualità e l’emotività popolare, catturare nel breve i maggiori consensi elettorali.

Se il cittadino è portato a riflettere intorno a questa realtà, la risposta che se ne deriva è quella di un “qualunquismo di necessità”, ovvero di una forma di vittimismo, consapevole, che si giustifica, da un lato, con la prepotenza dei politici e, dall’altro, con la scarsa considerazione che si ha degli altri cittadini, i quali sono sempre mossi dall’esclusivo tornaconto personale. In tal modo, ciascuno finisce con il perseguire quello proprio, di tornaconto, e con il legittimare il politico più sfrontato, contribuendo, alla fine, all’involuzione sociale del sistema democratico e alla perdita di ogni identità e ragione per essere e sentirsi parte, attiva, di una collettività.

Il cittadino comune è, quindi, il responsabile ultimo di ogni attuale fenomeno di degenerazione nel sistema della rappresentanza politica ed è, quindi, da lui che si deve ripartire per rifondare una società nuova, che sia davvero democratica. Senza creare nuovi partiti, bisognerebbe riuscire a riprendere in mano la politica, facendo in modo che quelli che esistono ricomincino a fare politica, in modo autentico, sulla base di una dialettica sana e nell’interesse di tutti. Difetti e pregi della nostra classe politica dovrebbero essere oggetto di un dibattito costante e di un confronto pubblico periodico, nel quale i responsabili possano finalmente dare il conto delle loro iniziative o della loro inerzia.

Attraverso il dibattito e la trasparenza si devono aiutare le persone comuni, quelle che alla fine con il loro voto decidono, a pensare in modo autenticamente e finalmente libero, sulla base di elementi oggettivi che servano a creare in loro conoscenza documentata sul fenomeno, coscienza civica e autonomia di giudizio.

Valore economico e crisi di valore

Il valore è il metro di ogni scelta e il presupposto di ogni nostro giudizio, sia che questo riguardi l’ambito della nostra esistenza materiale o delle relazioni interpersonali, sia che il valore attenga alla nostra sfera etico- morale o emozionale- affettiva. Il valore ci orienta costantemente, in modo spesso inconsapevole, nelle scelte che operiamo e nei giudizi che esprimiamo sugli altri, costringendoci alla misurazione e al confronto delle differenti alternative possibili, quelle per noi individuabili nello scenario del nostro, pur sempre, limitato concepibile. Il valore ci aiuta a soddisfare il nostro bisogno di appagamento, anche spirituale, nonostante ci imponga di rinunciare, più o meno implicitamente, a percorsi di soddisfazione differenti. Le scelte di valore, infatti, si fondano su decisioni di tipo relativo e discriminante, che ci inducono a decidere sulla base di uno scarto, di una differenza tra risultati contrapposti e/o contrapponibili.

In quanto metro della ragione, il valore si radica e si stratifica nel profondo della nostra coscienza, arrivando ad assumere in questa lo stadio di verità, raramente controvertibile. Attraverso il lento processo di metabolizzazione dell’educazione, anche quando questa assume i caratteri estremi della coercizione, grazie all’esempio che riceviamo e/o alla comprensione della nostra vicenda umana, deriviamo la nostra cultura e con essa cristallizziamo la sintesi di valore delle nostre suggestioni, riconducendole, comunque, all’interno di poche categorie, con le quali classifichiamo gli eventi e i casi della vita in modo efficiente.
Il valore, tuttavia, non è soltanto il patrimonio di un singolo individuo. Nel momento in cui esso viene stabilmente condiviso e riconosciuto da una moltitudine, il valore diventa il patrimonio di tutti gli individui, che per questa ragione assumono la veste e il significato ulteriore di una comunità. Allo scopo di tramandare questo patrimonio alle generazioni future, la comunità codifica il sistema dei valori collettivi all’interno di alcuni precetti fondamentali, in base ai quali dispone ogni altra specifica norma di comportamento per i propri membri, definendo a corollario, gli specifici profili sanzionatori. Sotto questo profilo, dichiarazioni fondamentali, quali la carta costituzionale, rappresentano il punto di arrivo più elevato e nobile a cui una comunità sociale possa ambire, poiché in queste documenti si ritrovano i più importanti traguardi di civiltà raggiunti, spesso anche al costo di lotte sanguinose o di eventi e sommovimenti drammatici, per la vita degli individui che hanno fatto la storia di quella comunità.

Il valore, quindi, è un’entità astratta, che diventa metro e guida per i nostri comportamenti quotidiani ad ogni livello, ma soprattutto quando ci troviamo a condividere scopi, alimentando relazioni di scambio e di confronto con gli altri. Ma valore è, purtroppo, anche un sinonimo e il termine fondamentale che l’economia utilizza per qualificare le cose, e per dare loro un ordine di importanza relativa. Nelle sue prime accezioni, la teoria economica attribuiva un senso a questa parola e correlava il valore, essenzialmente, all’utilità incorporata nei beni e alla loro più o meno elevata disponibilità nel mercato. In base a questo principio, un bene e/o un servizio, utili per il soddisfacimento dei nostri bisogni quotidiani, avrebbe avuto un valore elevato e tanto maggiore se fosse risultato nel contempo di difficile reperibilità. È un concetto, questo, che risponde a una logica di lineare buon senso: ciascuno di noi cerca di soddisfare le lacune della propria esistenza, operando una selezione attenta delle fonti da cui può ricavare il benessere. Tendenzialmente, non ci approvvigioniamo di cose “inutili” e, d’altro canto, siamo indotti a ritenere la nostra iniziale percezione di mancanza, tanto più urgente da soddisfare, quanto più costatiamo la scarsità del bene o la sua rarità o la presenza di numerose e concorrenti richieste da parte di molteplici individui sullo stesso bene. Quindi, a parità di utilità, tenderemo ad attribuire un valore maggiore alle cose e, in genere, a quelle più difficili da procacciare.

Nelle sue primissime forme, le attribuzioni di valore intervenivano mediante il ricorso al baratto. Si contrapponevano tra le parti utilità e scarsità rispettive e si giungeva a un rapporto di equivalenza che fosse in grado di soddisfare entrambi i contraenti. In seguito, con il passare del tempo e con l’aumentare degli scambi, per effetto della specializzazione e della divisione del lavoro, ma anche a causa dell’estremizzazione del concetto di utilità (per cui su questa si sono innestati e diventati prevalenti elementi di giudizio quali: status, estetica, moda, gusto, ecc.), si decise di affidare a un metro esterno il ruolo di fotografare il valore delle cose, in modo “oggettivo” e stabile. Quel ruolo fu affidato al denaro e a un bene che, più di ogni altro, fosse capace di attribuirne il valore, la supremazia relativa e la stabilità nel tempo: l’oro. Purtroppo per noi, l’oro in quanto metro del valore economico, non ha mai posseduto anche il requisito della necessaria indipendenza e neutralità, dato che a detenerlo erano e sono ancora oggi pochi e ricchissimi individui, non certo scrupolosissimi sul piano morale. Il metro del denaro, quindi, acquisì il rango di metro per tutte le cose e per tutti gli individui, ma fu sin dall’origine affetto da vizi e soggetto ai pericolosi condizionamenti di quelle poche persone che lo detenevano e che erano in grado, perciò stesso, di manipolarlo. E non è un caso, a mio avviso, che ancora oggi le banche centrali continuino a essere di proprietà dei banchieri, pur essendo istituzioni di diritto pubblico nell’ordinamento di ogni Stato sovrano.

Ma proseguendo nel ragionamento intorno ai valori in generale e al confronto di questi con il concetto di valore in senso economico, diventa adesso doveroso riflettere sulla peculiarità del processo di creazione di quest’ultimo. Il valore economico si crea sempre attraverso un processo di trasformazione, che “distrugge” il valore originario dei beni e dei servizi che impiega, allo scopo di crearne non soltanto di nuovo, ma anche in quantità superiore a quello che era proprio dei beni e dei servizi che consumati. Ad esempio, quando produciamo il pane, “distruggiamo” il valore specifico della farina e del lievito che ci permettono di produrlo e creiamo, grazie alla nostra originale azione creativa, un nuovo prodotto, una nuova utilità, il cui valore assoluto, se il pane ci viene bene…, supera necessariamente quello della farina e del lievito che abbiamo consumato. Questo presupposto fondamentale si definisce principio dell’economicità e non può essere disatteso, nella logica di cui si discute. Se il valore del pane e l’utilità che ne ricaviamo, fossero inferiori a quelli della farina e del lievito, in quanto tali, non avrebbe alcun senso logico produrre pane.

C’è, tuttavia, in questo ragionamento, un limite specifico, che mette in luce, e in tutta la sua evidenza, un cortocircuito etico- morale e una contraddizione di fondo tra il principio dell’economicità, valore guida della teoria economica applicata, e il più ampio ventaglio dei valori umani ai quali vorremmo sempre ispirarci sul piano ideale. Il limite è, a mio avviso, ravvisabile nell’ambiguità di ruolo che l’economia affida a una risorsa fondamentale per i processi di trasformazione della ricchezza e di creazione del valore: l’uomo. In economia, nonostante alcune sfumature più o meno circostanziate nelle differenti correnti di pensiero (da Ricardo, fino allo stesso Marx, senza dimenticare Weber, Taylor, Mayo, ecc.), l’uomo assume il rango di mezzo di produzione assimilabile a un bene e, in quanto tale, l’uomo, così come il bene materiale, finisce con l’avere un proprio valore intrinseco (un proprio prezzo di vendita), che è misurabile sempre sulla base dell’unico metro: il denaro. La prestazione lavorativa, ma anche quella imprenditoriale, assumono valore e magnitudine proprie, che risultano proporzionali alla “utilità” della competenza, ma dipendenti dal peso relativo di ogni individuo nel processo di produzione. È un criterio spietato, che ha condotto e che conduce non pochi individui all’alienazione e alla disperazione estreme, soprattutto in questo periodo di profonda crisi economica, diventando causa di conflitti e di contrapposizioni sociali dai risvolti spesso drammatici.

Ma la supremazia dell’approccio economico all’idea di valore e il suo contraddittorio riflesso sulla nostra morale sono evidenti a tutti. Tutta la nostra vita si snoda, alla fine, intorno a scelte valoriali di tipo economico, che tengono in primo luogo conto del metro monetario: sin dalla scelta del percorso di studi, fino alla scelta del luogo in cui vivere o anche fino all’idea di mettere o meno al mondo dei figli. Siamo, molto spesso, drammaticamente condizionati da ciò che possediamo e nella comunità cui partecipiamo, ci ritroviamo ad avere facoltà di esplicare il nostro essere, in misura pari alla nostra capacità, potenziale e reale, di accumulare la ricchezza materiale. L’idea del nostro benessere ruota invariabilmente, anche a livello politico- istituzionale, intorno al principio della crescita materiale. Lo stesso indicatore di benessere di una nazione è ancora oggi il PIL, un indicatore che misura la quantità di ricchezza materiale a valore monetario, creata da una comunità nel corso di un determinato periodo di tempo. Sull’altare di questa folle simmetria, in base alla quale il benessere dell’individuo corrisponde alla sua disponibilità di ricchezza materiale, abbiamo sacrificato diritti e valori ben più importanti: la solidarietà umana; il rifiuto del razzismo; la libertà in tutte le sue forme; lo studio; la salute; la sicurezza; ecc.

Quanti individui vengono giornalmente espulsi dal sistema produttivo della ricchezza o respinti alle frontiere in modo sprezzante e quanta indifferenza da parte di tanti si accumula intorno a loro e alla loro sorte e quanto è misero e risibile, nello stesso tempo, il nostro compianto.
Dovremmo, quindi, con coraggio e con urgenza profondamente ridisegnare il nostro sistema di relazioni e di modi di misurare i valori, per riuscire a superare questa logica in definitiva aberrante. Lo scambio economico è, per sua natura, configurato in maniera tale da impoverire un individuo a vantaggio di un altro. Attraverso questo genere di scambi, se vogliamo acquisire un bene o un servizio, dobbiamo sacrificare inevitabilmente una parte della nostra ricchezza, nei limiti di quanta abbiamo oggi disponibile. È un “do ut des” piuttosto rigido, che non fa sconti a nessuno, al quale hanno diritto di partecipare solo coloro che posseggono qualcosa che sia meritevole di valutazione. Ci sono forme si scambio, invece, nelle quali nessuno dei contraenti si impoverisce. Se io trasferisco agli altri la mia conoscenza, io non la perdo affatto, anzi probabilmente mi arricchisco, grazie al confronto dialettico con coloro ai quali la trasmetto. Attraverso gli scambi di tipo non monetario, in definitiva, tutti hanno la possibilità di arricchirsi ed è su questi modelli che dovremmo puntare per realizzare una comunità umana, finalmente degna di essere definita tale.
Abbiamo quindi bisogno di una nuova utopia che punti a una seria “economia della solidarietà”, che abbandoni la spietatezza del metro monetario, l’ingordigia del possesso materiale e nella quale sia esaltata, piuttosto, la creatività umana e la spinta naturale e positiva dell’uomo verso la socializzazione e la condivisione delle risorse e degli obiettivi. Le crisi economiche, come quella attuale, possono essere l’ambiente fertile per creare questo nuovo percorso di coscienza.