sabato 29 marzo 2008

La politica è nostra!?

La politica è lo strumento con cui una società definisce ed elabora il proprio futuro. Perché ci sia politica, quindi ed in primo luogo, è necessario che sia presente una collettività e che questa sia consapevole del fatto che la sua stessa essenza esprimerà, comunque, un valore ed un significato diversi da quello delle individualità di cui si compone.
In secondo luogo, perché ci sia politica occorre una visione costruttiva del futuro, che derivi possibilmente da una percezione chiara, anche sul piano della storia, del contesto in cui tale futuro dovrà esplicarsi e che, soprattutto, rappresenti la sintesi di molteplici opinioni, che per tale motivo diventano espressione di una volontà collettiva.

Lo spunto di riflessione che si propone in questo post non intende riprendere alcuna analisi di critica storica della politica, nella sua fenomenologia e/o nelle sue differenti forme di applicazione concreta, ma soltanto segnalare, per poterne dibattere, la sua natura complessa. Infatti, in quanto fenomeno sociale, la politica è anche momento di sintesi organizzativa, che impone la ricerca continua di un equilibrio tra gli individui e le loro differenti istanze. Essa, partendo dalle opinioni dei singoli, deve giungere a comporre una visione che sia finalmente unitaria, nella consapevolezza che, il punto di arrivo a cui si potrà giungere, costituirà sempre e soltanto un'immediata ripartenza.

In termini problematici, all'interno di questa incessante ricerca del punto ottimale di equilibrio, quale potrà essere il metodo di sintesi più efficace, ovvero quello che assicurerà la formazione delle priorità collettive e, in sufficiente grado, rappresenterà adeguatamente ciascuna istanza individuale? Attraverso quali modalità e garanzie i singoli potranno incidere su tale processo, per trasferire e trasformare, le rispettive volontà, in volontà e prospettive della collettività? Fino a che punto l'interesse collettivo, nella composizione di tale volontà "condivisa", dovrà e potrà considerarsi di ordine superiore all'interesse del singolo individuo? Simmetricamente, qual'è e come va individuato il giusto limite tra l'interesse e la libertà di iniziativa dell'individuo e l'interesse della più ampia collettività? Gli individui che non avevano titolo per partecipare o che non si identificano con i contenuti della volontà comune o che da questa potranno subire comunque limitazioni, quale ruolo potranno esercitare e a quali tutele in ogni caso avranno diritto?

Non c'è alcunché di nuovo nei quesiti che pongo, la storia ce ne da testimonianza, ma l'attualità sembra riproporre tali questioni prepotentemente alla ribalta e, quindi, credo possa essere opportuno affrontarne il dibattito.

Partiamo dal metodo democratico. Non ci sono dubbi che questo sia il metodo migliore, ma è anche vero che, non sempre, tale metodo riesce a raccogliere in modo equo le istanze di tutti, soprattutto quando è adottato nella forma della democrazia rappresentativa. Il problema si pone in modo chiaro quando, all'interno di una collettività, si vengono a formare gruppi di pressione molto forti, in grado di catalizzare, intorno ai rispettivi interessi e candidati, enormi flussi di consenso individuale, facendo leva su meccanismi di scambio compensativo e/o su mezzi di diffusione persuasiva del loro punto di vista. Di fronte a tali fenomeni, che snaturano di fatto i principi fondamentali della politica, poiché limitano drasticamente la possibilità dei singoli di partecipare in modo paritario alla formazione della volontà collettiva, chi dovrebbe intervenire e soprattutto in che modo? Cosa si potrebbe fare per ridurre la portata di tali fenomeni, se è vero che alcuni individui possono subire ed, in effetti, subiscono una forte limitazione al loro diritto a partecipare e, quindi, ad esprimere liberamente il proprio punto di vista? Nella nostra democrazia e all'interno della nostra composita società, in che misura i partiti assicurano il confronto equo e democratico tra le istanze e le aspettative degli individui? Esistono forme alternative all'attuale sistema dei partiti, che possano assicurare la costruzione del consenso democratico intorno ad una visione equamente collettiva? Le istituzioni, ovvero quelle a cui è assegnato il potere di controllo, si dimostrano sufficientemente indipendenti ed agiscono in modo tale da assicurare a chiunque l'esercizio democratico della propria volontà politica? In questo contesto e all'interno dei processi con cui si concretizza la rappresentatività democratica, l'individuo è soltanto una vittima o è anche il carnefice di se stesso?

I temi (tags) che mi vengono subito in mente e che vi propongo, al riguardo, sono tanti: par condicio; conflitto di interessi; precarietà; liberismo; corporativismo; partitocrazia; meritocrazia; sussidiarietà; integrazione culturale; libertà di informazione; blog; antipolitica; laicità; qualunquismo; casta. Sono le molteplici chiavi di lettura dell'attuale politica e delle principali questioni che la riguardano e che meriterebbero il nostro approfondimento, poiché ci coinvolgono direttamente. Mi piacerebbe, se quanto chiedo è ovviamente condiviso, che il dibattito avvenisse tra di noi in modo equilibrato, senza, cioè, l'attacco frontale e diretto a questo o a quel personaggio politico, a questa o a quella ideologia. Non si tratta, dal mio punto di vista, di elaborare graduatorie di merito storico o di dimostrare il valore di una ideologia rispetto ad un'altra, attraverso il riferimento alle sue concrete applicazioni, ma di provare a definire una sintesi delle nostre differenti opinioni, liberando la nostra mente da ogni pregiudizio ed aprendola all'ascolto di chi, liberamente, intende proporre il proprio contributo.

In questo percorso di analisi, sarebbe anche interessante riuscire a raccogliere il numero più ampio di fonti e segnalare i link ad altri blog, simili a quello che, gradirei da subito, fosse considerato il nostro blog.

Grazie

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