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lunedì 15 ottobre 2018

Lettera a Mattarella

Gentile Presidente Mi permetto di scriverLe perché Lei ha il compito di vigilare sul rispetto della Costituzione e perché avverto con preoccupazione lo svuotamento progressivo dei Nostri valori fondanti. Comprendo la Sua difficoltà nell’affrontare l’attuale momento e la gravosità del Suo ruolo dall’intensità crescente degli attacchi rivolti a Lei e alle Istituzioni da Lei garantite attraverso l’esercizio del Suo mandato. C’è un clima di barbarie crescente nel nostro Paese, che non può essere ignorato e al quale io e la mia generazione non eravamo mai stati abituati; un clima sostenuto da letture semplificate della realtà, da sistematiche dietrologie e da continue provocazioni da parte di chi ostenta, con sorprendente orgoglio ed evidente fame di legittimazione agli occhi del proprio leader, il superamento di ogni limite di solidarietà umana, calpestando i nobilissimi contenuti dell’articolo 3 della Nostra Costituzione, nel nome di una sovranità, di una italianità divisiva, nella quale stento sempre più a riconoscermi; un clima alimentato dall’arditezza lessicale, strumentale al fine di comunicare la certezza delle cause e i percorsi di soluzione più immediati. Gli immigrati, senza che siano risparmiati donne e bambini in questo odioso esercizio, e quanti non rientrano a pieno titolo in un mai chiarito "idealtipo" di italiano, vengono da più parti indicati come la causa efficace ed efficiente di ogni Nostro guasto, tanto nella società, quanto nell’economia, e ogni possibile evidenza giornalistica, anche la più risibile, viene a tale scopo esagerata e manipolata affinché ritorni utile agli obiettivi di seminare il risentimento con maggiore vigore e di diffondere l’implicita convinzione che i caratteri antropologici di un’intera categoria sociale siano irredimibili e dipendenti dai peculiari caratteri razziali. Analogamente, con pari enfasi di semplificazione, spregiudicatezza e assoluta mancanza di garbo e forma, alle Istituzioni non elettive e\o a quelle Sovranazionali, Enti con cui l’Italia non ha solo stipulato trattati e accordi, ma ai quali ha addirittura dato vita nella veste di Costituente, si assegnano le colpe del dissesto finanziario Pubblico e anche delle ultime gravissime tragedie, come se Accordi e Trattati non avessero più efficacia, ma fossero, invece, il retaggio di un’epoca in cui l’Italia era succube di non meglio specificati “poteri forti”, anche per l’insipienza colpevole e servile dei Nostri precedenti governanti. In passato, questa trama non l’ho vissuta, ma dalla testimonianza dei miei genitori e dalla Storia ho già compreso il possibile epilogo. So già dove tutto questo potrà condurci e a quale salatissimo prezzo. Chi oggi crede che nell’asprezza dei toni dialettici e nella risolutezza dell’azione risiedano l’essenza del cambiamento e della rivoluzione, dimostra non soltanto incoscienza, ma anche autentica e profonda irresponsabilità. All’indomani della vergognosa parentesi fascista, affermatasi e consolidatasi grazie al più becero populismo e sulle solide fondamenta di un analfabetismo civico diffuso, con lungimiranza i Padri Costituenti introdussero la ripartizione equilibrata dei poteri tra le Istituzioni e lo strumento parlamentare bicamerale perfetto, per garantire la continuità e la libertà democratica in Italia. All’interno di questo schema, con pari saggezza e per evitare che si potesse ripresentare il pericolo di una nuova deriva populista, gli stessi Padri assegnarono ai partiti il compito di attuare il principio della rappresentanza popolare, per favorire e sviluppare la mediazione dialettica tra Popolo e Istituzioni: il Nostro Popolo è sovrano, ma l’esercizio concreto della sovranità è assicurato dalla mediazione dei partiti, i quali garantiscono la sintesi dei molti e, spesso, contrapposti interessi attraverso la dialettica parlamentare e sotto il controllo costante degli altri Organi Costituzionali. Non credo nella democrazia diretta e non credo affatto nel cambiamento fondato sull’ascolto della “pancia” del Popolo e\o sul riscontro ossessivo dei sondaggi. La Politica è ascolto paziente di ogni legittima istanza, luogo di mediazione e sintesi, costruzione di una visione di benessere condiviso e sostenibile a favore di tutti, nel rispetto delle differenti chiavi di lettura e degli irrinunciabili principi di uguaglianza davanti alla Legge, nell’assenza di ogni forma di discriminazione, affinché sia rimosso ogni ostacolo alle condizioni che limitano la libertà di opinione e di affermazione dell’individuo. In questo esercizio la Politica conferisce al Popolo un senso autenticamente nobile ed è su questo principio che, dunque, con molta umiltà e profonda gratitudine, io mi permetto di chiederLe di vigilare e di intervenire perché si corregga in tempo la rotta.

martedì 23 marzo 2010

Riflessioni sulla democrazia dopo tangentopoli

Lo scandalo denominato Tangentopoli e il lungo processo che ne derivò, come molti ricorderanno, scaturirono in modo casuale da una vicenda di innocenti mazzette, orchestrate in modo grossolano da un modesto figuro del sottobosco milanese, tale Mario Chiesa, a quel tempo Direttore del Pio Albergo Trivulzio. Un personaggio, questo Mario Chiesa (dagli amici amabilmente chiamato Mariotto), recentemente balzato agli onori della cronaca per via di un suo ennesimo giro di tangenti, a conferma di quanto sia ancora valida la morale della saggezza antica: il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Nell’immaginario collettivo, Tangentopoli divenne famosa perché con essa sembrò terminare il malcostume di una certa politica cialtronesca, di sola facciata e di puro compromesso, fondata sul perseguimento di torbidi interessi personali, a vantaggio di una ristrettissima elite di potentissimi uomini di partito (chi non ricorda il C.A.F., acronimo di: Craxi, Andreotti, Forlani), di burocrati di apparato e di imprenditori spregiudicati e foraggiatori del sistema. Grazie a Tangentopoli, dissero i giornalisti, tramontava definitivamente la cosiddetta prima repubblica e, in luogo di essa, prendeva vita e spazio un’Italia nuova di zecca, fatta di una classe dirigente nuova, di nuovi partiti e di una coscienza civile radicata e diffusa, finalmente orientata al rispetto delle regole e ai giudizi di merito, alla pretesa di moralità nell’azione politica e amministrativa.

Sparirono dalla scena politica i partiti storici del dopoguerra, dalla Democrazia Cristiana allo stesso Partito Socialista Italiano. Il neonato P.D.S., nato per necessità storica dopo la caduta del blocco sovietico e la conseguente svolta della bolognina, non avendo più antagonisti di alcun genere, si ritrovò fortemente sbandato e in balia di se stesso, sempre più avvitato in discorsi retorici imbarazzanti, che da un lato intendevano smarcare il nuovo partito e a farfugliare una certa distinzione affrancatrice tra la tradizione comunista italiana e quella sovietica, dall’altro intendevano rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che il P.D.S. sarebbe stata l’alternativa giusta per l’Italia, anche perché miracolosamente scampato dalla catastrofe giudiziaria. Non fu così. La gente non abboccò e al P.C.I./P.D.S./D.S. (sequenza di sigle confusionaria per dei surrogati confusi) rimasero la sola retorica, l’inconcludenza assoluta e l’autoreferenzialità della propria oligarchia, gravami ancora piuttosto evidenti nel neonato PD.

A valle di quest’articolato processo e di fronte alla condizione attuale della politica italiana, non mi sento di dire che Tangentopoli corrispose a una vittoria della nostra democrazia. Tangentopoli fu la vittoria di un’Istituzione dello Stato, la Magistratura, su un'altra istituzione: il Parlamento della Repubblica. La Magistratura, è innegabile, svolse la propria funzione, l’esercizio dell’azione penale, ma lo fece con modi ed efficienza sino a quel momento sconosciute e, vorrei aggiungere, ancora distanti dall’esperienza quotidiana di un comune cittadino. Chi ha avuto a che fare con la Giustizia, sa bene quanta burocrazia, lungaggini, inciuci tra notabili avvocati e tempi morti occorrono per arrivare a una sentenza che, il più delle volte, non soddisfa mai nessuno, proprio a causa dei tempi biblici che servono per arrivarci. Da questo punto di vista, Tangentopoli è stata più un feroce regolamento di conti tra apparati dello Stato, che una rinascita democratica. Di fronte alla latitanza dell’elettorato, la Magistratura ha deciso di fare il proprio corso, come una valanga, che quando si mette in moto non conosce ostacoli e scivola a valle con furia. E poi, a parte Sergio Cusani e qualche altro faccendiere, chi è che ha veramente pagato per le proprie colpe nei riguardi dello Stato? Bettino Craxi? Arnaldo Forlani? Cirino Pomicino? Al primo dedicheranno presto strade e piazze. Agli altri... sono tranquilli e sereni a condurre i loro affari e dai più vengono pure rimpianti. Direbbe Shakespeare: molto rumore per nulla.

In una democrazia matura, il cambiamento interviene sempre e soltanto per opera della sovranità popolare. Da parte del corpo elettorale, dopo le vicende di Tangentopoli, non è mai avvenuto alcun sovvertimento sostanziale della classe politica italiana. Ai partiti storici e ai nomi altisonanti del tempo si sono sostituiti altri, scelti tra le seconde linee, i faccendieri e gli zelanti portaborse dei vecchi baroni (il novello campione della rinascita vetero- democristiana, alternativa al bipolarismo e di chiaro stampo cerchiobottista, è Pierferdinando Casini, storico portaborse di Arnaldo Forlani). Il popolo è rimasto alla finestra a guardare, ed è ancora fermo sugli spalti, a parteggiare con accaloramento a favore dei giudici e a sostenere nel frattempo, con evidente contraddizione e malafede, il vecchio modo di intendere e di fare la politica. Il popolo continua a partecipare solo, nel momento e laddove ne ricava un vantaggio.

Tangentopoli ci ha restituito un Paese di fatto spaccato in due e quotidianamente dilaniato dalla rissosità dei due contendenti istituzionali. Fintanto che non capiremo che la democrazia siamo noi, ciascuno di noi, con la qualità del nostro impegno, della nostra partecipazione e del modo responsabile con cui operiamo le nostre scelte, la rissa andrà avanti e il Paese inesorabilmente alla deriva. La qualità democratica di un Paese non si giudica dalla corposità e severità dei suoi sistemi, giudiziario e sanzionatorio, ma dal modo in cui la comunità e i suoi rappresentanti interpretano, si conformano e rispettano le leggi che essi stessi si sono date.

Qualunquismo e astensionismo: la Democrazia è un pericolo

È evidente a chiunque che in Italia sta avendo luogo un gravissimo distacco tra il sistema dei partiti, “lievito madre” della democrazia rappresentativa, e i cittadini, ragion d’essere dell’Italia in quanto nazione. La rissosità inconcludente tra gli schieramenti e la sistematicità con cui si susseguono scandali, inchieste della magistratura e conseguenti arresti, sono elementi alla base della disaffezione dei cittadini riguardo al fare politica, e costituiscono il palese presupposto di due fenomeni dilaganti: il qualunquismo; l’astensionismo. Il primo, crescente soprattutto tra i giovani, sempre più disillusi, disincantati, frustrati nelle loro aspirazioni di crescita e affermazione, nichilisti e distanti dall’idea che possa esistere, oltre il ristretto confine percettivo- morale che li identifica, una res publica di ordine superiore: un’entità collettiva, dalla quale possano ricevere e verso la quale orientare traguardi, scelte, il proprio appassionato contributo di partecipazione e di testimonianza. Il secondo, invece, è in aumento soprattutto tra coloro che negli anni passati o anche più recentemente, hanno voluto sentirsi parte attiva della politica, partecipando alla vita dei partiti, sostenendoli dall’esterno e dall’interno, tesserandosi, contribuendo al loro consolidamento, affezionandosi ai loro leader e ai loro programmi di rinnovamento ideologico. Per ciascuno dei due gruppi sociali, seppure con gradi di consapevolezza e modalità ben diverse, sembra sia stata frustrata l’idea fondo, quella di essere parte integrante di un progetto più grande: l’Italia. La rassegnazione, circa l’immodificabilità e irredimibilità del sistema, è diventata fattor comune tra qualunquisti e astensionisti. I primi, in modo particolare, riducono la questione affermando che tanto, in politica, sono tutti uguali, che senso avrebbe, quindi, informarsi o impegnarsi per qualcosa o qualcuno. Se si decide di andare a votare e il meteo non suggerisce altre scelte, ben più goderecce, si sceglie il candidato più simpatico, quello che è stato suggerito dall’amico o che va di moda, sulla base delle voci di strada. I secondi tendono, invece, a discutere tra loro, per piangersi addosso e rimpiangere, posti di fronte all’inquietante interrogativo di sempre, quanto meno a sinistra: che fare?. Il risultato è, alla fine, identico: la non partecipazione, patologia grave della nostra democrazia rappresentativa, che rischia per questo malessere endemico di tramontare definitivamente. Il vero pericolo per la democrazia, infatti, non risiede tanto nella spinta anarchica del megalomane per eccellenza, a tutti ben noto, ma nei cittadini che non partecipano alla vita pubblica, che non vivono, non testimoniano e non alimentano, con la loro fattiva partecipazione, la Democrazia.

Il problema, quindi, è come fare a recuperare i cittadini e i giovani, soprattutto, alla politica e alla partecipazione democratica. Io credo che la soluzione sia da sperimentarsi nel favorire la costituzione di movimenti locali, che incoraggino l’avvicinamento dei cittadini alla vita e alle scelte della comunità in cui risiedono. I grandi “partiti apparato”, quelli che per fare opinione abbisognano sempre più di presenza negli spettacoli televisivi e di un esasperato cicaleccio pseudo- giornalistico, sono dal mio modesto punto di vista arrivati al capolinea della storia. Quello che può riavvicinare la gente comune alla politica è il loro coinvolgimento fattivo nelle faccende dell’ambito territoriale in cui vivono. Tali questioni sono almeno comprensibili, a livello locale, e vi è in più la possibilità di tracciare, con maggiore consapevolezza e precisione, il quadro delle responsabilità specifiche, inerenti agli insuccessi o ai meriti di una determinata azione politica. La democrazia è in pericolo perché si è andata smarrendo la possibilità di sperimentarla concretamente da parte di ciascuno di noi. La graduale burocratizzazione dei rapporti sociali, la diffusa e pervasiva presenza dei partiti nella vita pubblica e l’alienazione della gente comune rispetto alle istituzioni e allo Stato, sempre più distanti da ciò che il cittadino sperimenta quotidianamente nella propria comunità locale, rischiano di diventare la premessa per uno sbocco drammaticamente possibile: il dogmatismo del pensiero unico dominante. Torniamo a vivere la politica nella comunità cui partecipiamo. Torniamo a viverla con la coscienza di essere non soltanto cittadini vessati e incompresi, ma con la voglia di esprimere la nostra opinione, con forza e determinazione. Aggreghiamoci e rendiamoci promotori di nuovi soggetti politici locali, che diano chiare risposte e indicazioni serie, rigorose e severe all’autoreferenzialità delle ristrette oligarchie imperanti nei partiti nazionali. Buona comunità a tutti!

domenica 6 dicembre 2009

Saccu Leggiu (sacco vuoto) e politica

Il vuoto di partecipazione creatosi all’interno dei processi di rappresentatività democratica, dovuto, come cercherò di spiegare, alla sostanziale latitanza dei cittadini rispetto al “fare politica”, ha determinato la fenomenologia del “saccu leggiu”.
La politica è sempre più intesa come affare sporco e in ogni caso “privato" dei partiti o, peggio ancora, dei loro leader. È una specie di mestiere al quale si accede per cooptazione o tramite una sorta di rituale: le elezioni. È un traguardo personale di affermazione e di riscatto sociale, che assicura vantaggi e privilegi a chi ne beneficia, oltre che visibilità, prestigio e la quasi assoluta impunità per ogni ed eventuale malefatta. È un contesto nel quale i migliori non sono necessariamente i più capaci, anzi, spesso sono soltanto i più furbi, quelli che sanno osare di più in termini di trasformismo, opportunismo o arrivismo. Purtroppo per noi, a queste caratteristiche spesso corrispondono anche i personaggi ed i rappresentanti più disonesti.

Ma chi è il “saccu leggiu” in politica e, soprattutto, i suoi comportamenti e i suoi modi di essere, a quali conclusioni ci possono condurre?
Vorrei partire dicendo che, se fosse stato davvero “leggiu”, al primo soffio di vento il “saccu” sarebbe volato via già da tempo. Invece, le intemperie non lo scalfiscono affatto e forse perché, sino ad oggi, nessuno ha mai voluto soffiare seriamente contro di lui.

Da alcune parti si dice che il “saccu leggiu” è un fenomeno anacronistico, destinato ad essere spazzato via dall’incalzante rinnovamento, già in atto, presso la nostra sempre più informata ed acculturata società civile. Ad oggi, forse anche per la contumacia di molti media ufficiali, pare che il “saccu leggiu” non solo continui a resistere, ma che riesca perfino a trasformarsi con prontezza, a moltiplicarsi e a tramandare nel tempo il proprio patrimonio “genetico”, di padre in figlio, in un processo di “evoluzione della specie” del tutto simile a quello biologico. Il “saccu leggiu” gode, infatti, di straordinarie capacità metaboliche, che gli permettono di lasciare intatta la propria identità strutturale e di riassorbire qualunque perturbazione esterna.

Da questi eventi il “saccu leggiu” dimostra pure di saper derivare nuova linfa vitale e di riuscire a ricomporre quel miscuglio casuale di idee, punti di vista e valori morali, dei quali, per natura e vocazione, appare sempre fortemente intriso. Rivelatrice, al riguardo, è la terminologia a cui fa ordinariamente ricorso, sempre attuale e coerente con il bisogno di evocare e trasfondere nella società in cui vive, nuove speranze, nuovi ottimismi, insieme a vecchi allarmismi o ad ostacoli e minacce che, ineluttabilmente, si frappongono a quella visione di progresso da lui tanto auspicata. Riesce, perfino, a riportare dalla sua parte e ad annullare, banalizzandone i contenuti evocativi, i neologismi che qualcuno osa coniare per denigrarlo. Si pensi alla parola “casta”. Oggi se ne parla a tal punto che nessuno ci fa più caso. Ma l’aspetto più paradossale è che ad utilizzare il termine e a parlarne siano, proprio e soprattutto, i “sacchi leggi”!

Soprattutto nella fase iniziale del suo percorso di affermazione politico-sociale, il “saccu leggiu” dimostra, a ben vedere, molta buona fede, ma anche una scarsa visione ideologica e conoscenza storica. È quasi sempre animato da buone intenzioni e ritiene di essere colmo di virtù e saggezza. Si ritiene la guida naturale della sua collettività, capace di interpretare e di esprimere in sintesi le differenti aspettative; il leader finalmente in grado di superare lo strenuo e paralizzante ostracismo delle differenti ideologie, alle quali, comunque, egli attinge in modo molto trasversale.

Rispetto a ciò che non realizza, il “saccu leggiu” non prova alcuna frustrazione e nulla lo smuove dalla convinzione iniziale circa le sue doti personali. Una persona comune, al suo posto, prenderebbe atto e coscienza della propria inettitudine, lasciando umilmente il posto. Il “saccu leggiu”, invece, persevera testardo con atteggiamento messianico e nel contempo vittimista, convinto com’è che nessuno sia in grado di sostituirlo e che ad ostacolarlo siano fatti imponderabili, ma, soprattutto, indipendenti dalla forza della sua ragione.

Nell’approccio alle questioni politiche, il “saccu leggiu” adotta sempre una visione contingente, basata su una percezione epidermica delle priorità collettive. Con grande perspicacia, egli monta, smonta e rimonta continuamente la propria idea di futuro, rimanendo in tal modo sempre attuale, coerente e carismatico. La sua intelligenza è davvero superiore, anche perché, per emergere, spesso si attornia di intelletti piuttosto modesti, che nutrono nei suoi riguardi una devozione quasi apostolica e ai quali, comunque, dispensa ruoli e favori sempre fortemente correlati, nel prestigio, alla sua ascesa personale. Dimostra, inoltre, una straordinaria abilità nel confondere gli interlocutori e nell’esprimere, laddove per lui si palesino difficoltà, l’esatto contrario di quanto sembrava aver sostenuto solo poco tempo prima.

Nel confronto dialettico adotta sempre un criterio di tipo differenziale ed oppositivo ad ogni costo, in quanto vede se stesso come il solo che sia in grado di affrontare e risolvere le questioni da lui, in quel momento, giudicate rilevanti. Ha necessità vitale di un opponente, poiché i limiti ed i vizi di quest’ultimo servono, per differenza e contrasto, ad esaltare le sue doti di leader. Peraltro, questa forma di apparente scontro con l’avversario, che si consuma con punte anche elevate di plateale maleducazione reciproca, lo aiuta ad evitare il confronto diretto sui contenuti, relativamente ai quali, sia lui che l’opponente, spesso anch’egli “saccu leggiu”, dimostrano un’assoluta impreparazione o, al massimo, una conoscenza molto superficiale. All’interno di questa illusoria contrapposizione, quindi, tra i due “sacchi leggi” finisce con il sostanziarsi un tacito accordo di tipo corporativistico/solidaristico, che legittima entrambi e che prende in scarsissima considerazione le effettive capacità di ascolto e comprensione degli astanti. Il “saccu leggiu”, infatti, è talmente arrogante e corporativo, da non temere affatto la democrazia dell’alternanza, nella quale riesce sempre e comunque a trovare un posto e all’interno della quale trova tutto il tempo per elaborare il proprio piano d’azione futuro. Oltretutto, nell’attuale sistema di formazione della rappresentanza democratica, il “saccu leggiu” dispone di un metodo formidabile, che gli assicura sovranità assoluta e potere incontrastato di decisione. L’attuale meccanismo elettorale, infatti, ha privato il cittadino del diritto elementare di scegliere il proprio candidato, in base al nome e al curriculum.

Ciò che il “saccu leggiu”, invece, teme è l’astensionismo di massa e la critica di quanti, in modo indipendente, sono ancora capaci di esprimere il proprio punto di vista nella società civile, al di fuori delle apparenze formali e dei pur sempre comodi steccati ideologici. Di fronte al sorgere di tali movimenti, che per nostra fortuna sempre più visibili e spontanei nella società attuale, il “saccu leggiu”, con sostegno corporativo, prova a cooptare quanti muovono la critica con maggiore accanimento e, laddove non vi riesce, accusa costoro di qualunquismo, di generica antipolitica o di scarso senso di responsabilità verso la cosa pubblica.

Al punto in cui siamo giunti, ci dovremmo porre alcune domande, con l’obiettivo di provare a dare ad esse una risposta:

I cittadini sono i responsabili o le vittime di tale fenomeno?

Per quale ragione le elezioni, ovvero il momento di massima espressione della maturità democratica di una società, si sono ridotte a nulla più che ad una specie di concorso pubblico?

Perché, durante le elezioni, insieme ai politici veri si trovano a concorrere, sullo stesso piano, starlette ed imbonitori televisivi, faccendieri, avventurieri, ecc.?

La sensazione, che almeno io ricavo, è che i cittadini abbiano perso completamente di vista la loro funzione politica nella società. Anzi penso che, a ritenere il voto come l’occasione per esprimere liberamente e democraticamente la propria visione politica e, soprattutto, l’ideale personale di benessere futuro e collettivo, siano rimasti soltanto i più anziani o forse coloro, giovani e adulti, che volontariamente partecipano meno ai riti di massificazione globale del pensiero o agli effetti anestetizzanti dei luoghi comuni e dei cliché dispensati dai media. La maggioranza dei nostri concittadini sembra, invece, partire dal presupposto che in politica siano tutti uguali e corrotti o, al limite, corruttibili una volta entrati nel giro, e che sia pertanto inutile ragionare intorno alle “utopie” circa il futuro possibile o migliore, ma ben più pratico ricavare, da questa opportunità e dal proprio voto, l’immediato tornaconto personale. In tale contesto e a fronte di questa de-responsabilizzazione sociale, risoltasi in una sostanziale “cambiale in bianco” girata dai cittadini ai partiti, la politica ha finito col perdere di vista i propri contenuti e ha cominciato ad esaltare tutto ciò che è contingente, ovvero tutto quanto possa, cavalcando l’attualità e l’emotività popolare, catturare nel breve i maggiori consensi elettorali.

Se il cittadino è portato a riflettere intorno a questa realtà, la risposta che se ne deriva è quella di un “qualunquismo di necessità”, ovvero di una forma di vittimismo, consapevole, che si giustifica, da un lato, con la prepotenza dei politici e, dall’altro, con la scarsa considerazione che si ha degli altri cittadini, i quali sono sempre mossi dall’esclusivo tornaconto personale. In tal modo, ciascuno finisce con il perseguire quello proprio, di tornaconto, e con il legittimare il politico più sfrontato, contribuendo, alla fine, all’involuzione sociale del sistema democratico e alla perdita di ogni identità e ragione per essere e sentirsi parte, attiva, di una collettività.

Il cittadino comune è, quindi, il responsabile ultimo di ogni attuale fenomeno di degenerazione nel sistema della rappresentanza politica ed è, quindi, da lui che si deve ripartire per rifondare una società nuova, che sia davvero democratica. Senza creare nuovi partiti, bisognerebbe riuscire a riprendere in mano la politica, facendo in modo che quelli che esistono ricomincino a fare politica, in modo autentico, sulla base di una dialettica sana e nell’interesse di tutti. Difetti e pregi della nostra classe politica dovrebbero essere oggetto di un dibattito costante e di un confronto pubblico periodico, nel quale i responsabili possano finalmente dare il conto delle loro iniziative o della loro inerzia.

Attraverso il dibattito e la trasparenza si devono aiutare le persone comuni, quelle che alla fine con il loro voto decidono, a pensare in modo autenticamente e finalmente libero, sulla base di elementi oggettivi che servano a creare in loro conoscenza documentata sul fenomeno, coscienza civica e autonomia di giudizio.

Valore economico e crisi di valore

Il valore è il metro di ogni scelta e il presupposto di ogni nostro giudizio, sia che questo riguardi l’ambito della nostra esistenza materiale o delle relazioni interpersonali, sia che il valore attenga alla nostra sfera etico- morale o emozionale- affettiva. Il valore ci orienta costantemente, in modo spesso inconsapevole, nelle scelte che operiamo e nei giudizi che esprimiamo sugli altri, costringendoci alla misurazione e al confronto delle differenti alternative possibili, quelle per noi individuabili nello scenario del nostro, pur sempre, limitato concepibile. Il valore ci aiuta a soddisfare il nostro bisogno di appagamento, anche spirituale, nonostante ci imponga di rinunciare, più o meno implicitamente, a percorsi di soddisfazione differenti. Le scelte di valore, infatti, si fondano su decisioni di tipo relativo e discriminante, che ci inducono a decidere sulla base di uno scarto, di una differenza tra risultati contrapposti e/o contrapponibili.

In quanto metro della ragione, il valore si radica e si stratifica nel profondo della nostra coscienza, arrivando ad assumere in questa lo stadio di verità, raramente controvertibile. Attraverso il lento processo di metabolizzazione dell’educazione, anche quando questa assume i caratteri estremi della coercizione, grazie all’esempio che riceviamo e/o alla comprensione della nostra vicenda umana, deriviamo la nostra cultura e con essa cristallizziamo la sintesi di valore delle nostre suggestioni, riconducendole, comunque, all’interno di poche categorie, con le quali classifichiamo gli eventi e i casi della vita in modo efficiente.
Il valore, tuttavia, non è soltanto il patrimonio di un singolo individuo. Nel momento in cui esso viene stabilmente condiviso e riconosciuto da una moltitudine, il valore diventa il patrimonio di tutti gli individui, che per questa ragione assumono la veste e il significato ulteriore di una comunità. Allo scopo di tramandare questo patrimonio alle generazioni future, la comunità codifica il sistema dei valori collettivi all’interno di alcuni precetti fondamentali, in base ai quali dispone ogni altra specifica norma di comportamento per i propri membri, definendo a corollario, gli specifici profili sanzionatori. Sotto questo profilo, dichiarazioni fondamentali, quali la carta costituzionale, rappresentano il punto di arrivo più elevato e nobile a cui una comunità sociale possa ambire, poiché in queste documenti si ritrovano i più importanti traguardi di civiltà raggiunti, spesso anche al costo di lotte sanguinose o di eventi e sommovimenti drammatici, per la vita degli individui che hanno fatto la storia di quella comunità.

Il valore, quindi, è un’entità astratta, che diventa metro e guida per i nostri comportamenti quotidiani ad ogni livello, ma soprattutto quando ci troviamo a condividere scopi, alimentando relazioni di scambio e di confronto con gli altri. Ma valore è, purtroppo, anche un sinonimo e il termine fondamentale che l’economia utilizza per qualificare le cose, e per dare loro un ordine di importanza relativa. Nelle sue prime accezioni, la teoria economica attribuiva un senso a questa parola e correlava il valore, essenzialmente, all’utilità incorporata nei beni e alla loro più o meno elevata disponibilità nel mercato. In base a questo principio, un bene e/o un servizio, utili per il soddisfacimento dei nostri bisogni quotidiani, avrebbe avuto un valore elevato e tanto maggiore se fosse risultato nel contempo di difficile reperibilità. È un concetto, questo, che risponde a una logica di lineare buon senso: ciascuno di noi cerca di soddisfare le lacune della propria esistenza, operando una selezione attenta delle fonti da cui può ricavare il benessere. Tendenzialmente, non ci approvvigioniamo di cose “inutili” e, d’altro canto, siamo indotti a ritenere la nostra iniziale percezione di mancanza, tanto più urgente da soddisfare, quanto più costatiamo la scarsità del bene o la sua rarità o la presenza di numerose e concorrenti richieste da parte di molteplici individui sullo stesso bene. Quindi, a parità di utilità, tenderemo ad attribuire un valore maggiore alle cose e, in genere, a quelle più difficili da procacciare.

Nelle sue primissime forme, le attribuzioni di valore intervenivano mediante il ricorso al baratto. Si contrapponevano tra le parti utilità e scarsità rispettive e si giungeva a un rapporto di equivalenza che fosse in grado di soddisfare entrambi i contraenti. In seguito, con il passare del tempo e con l’aumentare degli scambi, per effetto della specializzazione e della divisione del lavoro, ma anche a causa dell’estremizzazione del concetto di utilità (per cui su questa si sono innestati e diventati prevalenti elementi di giudizio quali: status, estetica, moda, gusto, ecc.), si decise di affidare a un metro esterno il ruolo di fotografare il valore delle cose, in modo “oggettivo” e stabile. Quel ruolo fu affidato al denaro e a un bene che, più di ogni altro, fosse capace di attribuirne il valore, la supremazia relativa e la stabilità nel tempo: l’oro. Purtroppo per noi, l’oro in quanto metro del valore economico, non ha mai posseduto anche il requisito della necessaria indipendenza e neutralità, dato che a detenerlo erano e sono ancora oggi pochi e ricchissimi individui, non certo scrupolosissimi sul piano morale. Il metro del denaro, quindi, acquisì il rango di metro per tutte le cose e per tutti gli individui, ma fu sin dall’origine affetto da vizi e soggetto ai pericolosi condizionamenti di quelle poche persone che lo detenevano e che erano in grado, perciò stesso, di manipolarlo. E non è un caso, a mio avviso, che ancora oggi le banche centrali continuino a essere di proprietà dei banchieri, pur essendo istituzioni di diritto pubblico nell’ordinamento di ogni Stato sovrano.

Ma proseguendo nel ragionamento intorno ai valori in generale e al confronto di questi con il concetto di valore in senso economico, diventa adesso doveroso riflettere sulla peculiarità del processo di creazione di quest’ultimo. Il valore economico si crea sempre attraverso un processo di trasformazione, che “distrugge” il valore originario dei beni e dei servizi che impiega, allo scopo di crearne non soltanto di nuovo, ma anche in quantità superiore a quello che era proprio dei beni e dei servizi che consumati. Ad esempio, quando produciamo il pane, “distruggiamo” il valore specifico della farina e del lievito che ci permettono di produrlo e creiamo, grazie alla nostra originale azione creativa, un nuovo prodotto, una nuova utilità, il cui valore assoluto, se il pane ci viene bene…, supera necessariamente quello della farina e del lievito che abbiamo consumato. Questo presupposto fondamentale si definisce principio dell’economicità e non può essere disatteso, nella logica di cui si discute. Se il valore del pane e l’utilità che ne ricaviamo, fossero inferiori a quelli della farina e del lievito, in quanto tali, non avrebbe alcun senso logico produrre pane.

C’è, tuttavia, in questo ragionamento, un limite specifico, che mette in luce, e in tutta la sua evidenza, un cortocircuito etico- morale e una contraddizione di fondo tra il principio dell’economicità, valore guida della teoria economica applicata, e il più ampio ventaglio dei valori umani ai quali vorremmo sempre ispirarci sul piano ideale. Il limite è, a mio avviso, ravvisabile nell’ambiguità di ruolo che l’economia affida a una risorsa fondamentale per i processi di trasformazione della ricchezza e di creazione del valore: l’uomo. In economia, nonostante alcune sfumature più o meno circostanziate nelle differenti correnti di pensiero (da Ricardo, fino allo stesso Marx, senza dimenticare Weber, Taylor, Mayo, ecc.), l’uomo assume il rango di mezzo di produzione assimilabile a un bene e, in quanto tale, l’uomo, così come il bene materiale, finisce con l’avere un proprio valore intrinseco (un proprio prezzo di vendita), che è misurabile sempre sulla base dell’unico metro: il denaro. La prestazione lavorativa, ma anche quella imprenditoriale, assumono valore e magnitudine proprie, che risultano proporzionali alla “utilità” della competenza, ma dipendenti dal peso relativo di ogni individuo nel processo di produzione. È un criterio spietato, che ha condotto e che conduce non pochi individui all’alienazione e alla disperazione estreme, soprattutto in questo periodo di profonda crisi economica, diventando causa di conflitti e di contrapposizioni sociali dai risvolti spesso drammatici.

Ma la supremazia dell’approccio economico all’idea di valore e il suo contraddittorio riflesso sulla nostra morale sono evidenti a tutti. Tutta la nostra vita si snoda, alla fine, intorno a scelte valoriali di tipo economico, che tengono in primo luogo conto del metro monetario: sin dalla scelta del percorso di studi, fino alla scelta del luogo in cui vivere o anche fino all’idea di mettere o meno al mondo dei figli. Siamo, molto spesso, drammaticamente condizionati da ciò che possediamo e nella comunità cui partecipiamo, ci ritroviamo ad avere facoltà di esplicare il nostro essere, in misura pari alla nostra capacità, potenziale e reale, di accumulare la ricchezza materiale. L’idea del nostro benessere ruota invariabilmente, anche a livello politico- istituzionale, intorno al principio della crescita materiale. Lo stesso indicatore di benessere di una nazione è ancora oggi il PIL, un indicatore che misura la quantità di ricchezza materiale a valore monetario, creata da una comunità nel corso di un determinato periodo di tempo. Sull’altare di questa folle simmetria, in base alla quale il benessere dell’individuo corrisponde alla sua disponibilità di ricchezza materiale, abbiamo sacrificato diritti e valori ben più importanti: la solidarietà umana; il rifiuto del razzismo; la libertà in tutte le sue forme; lo studio; la salute; la sicurezza; ecc.

Quanti individui vengono giornalmente espulsi dal sistema produttivo della ricchezza o respinti alle frontiere in modo sprezzante e quanta indifferenza da parte di tanti si accumula intorno a loro e alla loro sorte e quanto è misero e risibile, nello stesso tempo, il nostro compianto.
Dovremmo, quindi, con coraggio e con urgenza profondamente ridisegnare il nostro sistema di relazioni e di modi di misurare i valori, per riuscire a superare questa logica in definitiva aberrante. Lo scambio economico è, per sua natura, configurato in maniera tale da impoverire un individuo a vantaggio di un altro. Attraverso questo genere di scambi, se vogliamo acquisire un bene o un servizio, dobbiamo sacrificare inevitabilmente una parte della nostra ricchezza, nei limiti di quanta abbiamo oggi disponibile. È un “do ut des” piuttosto rigido, che non fa sconti a nessuno, al quale hanno diritto di partecipare solo coloro che posseggono qualcosa che sia meritevole di valutazione. Ci sono forme si scambio, invece, nelle quali nessuno dei contraenti si impoverisce. Se io trasferisco agli altri la mia conoscenza, io non la perdo affatto, anzi probabilmente mi arricchisco, grazie al confronto dialettico con coloro ai quali la trasmetto. Attraverso gli scambi di tipo non monetario, in definitiva, tutti hanno la possibilità di arricchirsi ed è su questi modelli che dovremmo puntare per realizzare una comunità umana, finalmente degna di essere definita tale.
Abbiamo quindi bisogno di una nuova utopia che punti a una seria “economia della solidarietà”, che abbandoni la spietatezza del metro monetario, l’ingordigia del possesso materiale e nella quale sia esaltata, piuttosto, la creatività umana e la spinta naturale e positiva dell’uomo verso la socializzazione e la condivisione delle risorse e degli obiettivi. Le crisi economiche, come quella attuale, possono essere l’ambiente fertile per creare questo nuovo percorso di coscienza.

L'Italia: paese della retorica e dei cervelli in fuga.

Mi ha piuttosto colpito la lettera che Pier Luigi Celli, Direttore Generale della Università LUISS, ha indirizzato al proprio figlio. Non tanto per la lettera in sé o per il suo contenuto (un padre che invita il figlio a lasciare il paese, tra la gente comune, è un fatto abbastanza scontato), ma perché quel padre non è un uomo qualunque. Pier Luigi Celli è stato il Direttore Generale della RAI, un uomo di apparato molto ben inserito nella cosa pubblica; uno di quei personaggi dal quale, proprio perché potente, mai e poi mi sarei aspettato una lettera e un appello simili.

Il nostro è un paese bloccato e storicamente castrato dal nepotismo e dalle raccomandazioni, a ogni livello: locale, nazionale, pubblico, privato. È un paese, il nostro, nel quale il merito ha da sempre avuto un valore molto relativo. In Italia, sul piano della vita professionale, puoi esistere, se fai parte di un clan: una famiglia, un partito, una lobby, ecc. “Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.“
La fuga dei cervelli è un fenomeno che ha sempre riguardato il giovane universitario brillante, del tutto privo degli agganci giusti. Quanti concorsi truccati, nel nome della disgustosa pratica nepotismo. Quanta gente è riuscita a fare carriera in barba ai più meritevoli, solo perché figlia di Tizio, piuttosto che di Caio: “…Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility.
Il fatto, quindi, che una personalità come Celli inviti il proprio figlio ad andarsene, fa intuire come l’Italia sia davvero arrivata alla “frutta”: “Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.

Del resto, è un Paese, il nostro, in forte e irreversibile declino: che ha perso e perde competività da molti anni, in quasi tutti i settori economici; che non ha investito e investe in ricerca di base, né in quella applicata; che ha utilizzato e utilizza ancora la scuola come un parcheggio per studenti e insegnanti precari, più che come la fucina per la formazione delle classi dirigenti future e dei cittadini del domani. Un paese nel quale tutto ciò che è sinora accaduto, anche le stragi di inermi cittadini, sembra che siano avvenute per caso, senza che possano mai ravvisarsi le colpe di nessuno “Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico.

Ma sento un altro motivo di disagio, sempre a proposito della vicenda di cui discuto in questa nota, ed è la vuota retorica istituzionale che ha fatto seguito alla lettera di Celli. Quella retorica che è tipica dei nostri zelanti governanti, in primo luogo, dal nostro tanto stimato Capo dello Stato. Ai giornalisti che gli hanno chiesto un commento sulla lettera del direttore generale Pier Luigi Celli, Napolitano ha risposto: "Non credo che si possa dire a nessuno che ritorneremo alla Roma imperiale, sarebbe francamente eccessivo. Però, su questa base possiamo far crescere un Paese che sia all'altezza delle conquiste, anche delle civiltà contemporanee più avanzate".

Di fronte a questa “necessaria", "opportuna" sua affermazione, così utile a rinsaldare l’amor patrio in noi tutti, a me viene spontaneo rammentare all’illustre Presidente Giorgio Napolitano il modo in cui suo figlio Giulio è riuscito a entrare e a fare carriera in ambito universitario, il tutto ai danni di un tale Roberto Tomei. Giulio Napolitano, oltre a lavorare come consigliere per la Presidenza del Consiglio, ha infatti vinto un concorso a cattedra universitaria in diritto amministrativo, con un numero di pubblicazioni nettamente inferiore a quelle di Tomei. Quest'ultimo, di fronte al torto subito, ha fatto e vinto il ricorso con sentenza del Consiglio di Stato, che (per la prima volta in questo genere di ricorsi) ha affermato il principio secondo cui “per pubblicazione debbono intendersi soltanto le pubblicazioni diffuse nell´ambito della comunità scientifica che il candidato può vantare all´atto della domanda… la monografia del dott. Napolitano “Servizi pubblici e rapporti di utenza” risulta prodotta in esemplare stampato in proprio dall´autore, onde la stessa difetta del requisito minimo per essere definita pubblicazione valutabile agli effetti del concorso de quo“.
E i giudici hanno aggiunto: “Tale lavoro ha costituito elemento decisivo per la valutazione del candidato, in quanto ritenuto dalla commissione, quello di maggior rilievo sul piano sia formale sia sostanziale, come si evince chiaramente dai giudizi formulati, onde la sua non ammissibilità impone, di necessità, la rinnovazione del giudizio di idoneità espresso nei suoi confronti“.

Tuttavia, l'originaria Commissione esaminatrice, investita nuovamente della valutazione, ha preferito “farsi decadere”. Una nuova Commissione, costituita nell´agosto 2005, è stata poi annullata più di un mese dopo. Solo dopo una diffida da parte di Tomei, a febbraio del 2006, la commissione è stata ricostituita e ha terminato i propri lavori nel giugno del 2006. Non essendosi presentata la candidata D´Orsogna, si è trattato di attribuire due posti fra i rimanenti candidati, cioè Napolitano e Tomei. Ancora una volta Tomei è stato bocciato, ancorché dovessero essere valutati titoli non considerati dalla prima commissione. E´ risultato idoneo invece Giulio Napolitano, nonostante il suo lavoro principale, quello sul quale la prima commissione aveva fatto leva per promuoverlo, non potesse essere più oggetto di valutazione secondo la sentenza del Consiglio di stato. E così, alla fine, vissero tutti felici e contenti!

Evviva la retorica! Evviva il nepotismo! Evviva l'Italia!

Omologazione, conformismo e libertà

L'omologazione è un processo sociale inevitabile, che coinvolge chiunque e al quale nessuno sfugge. E' un processo che aiuta gli individui a decodificare la realtà sociale in cui si muovono, semplificandola, e a ricondurla all'interno di schemi che ne permettono l'interpretazione rapida ed efficace, anche in chiave predittiva. E' il processo sociale grazie al quale una collettività concepisce e matura la propria identità, quella in cui i singoli individui che la compongono si riconoscono e si tramandano attraverso le generazioni. E' un processo che, a motivo della sua natura, può essere pericolosamente controllato e manipolato, da parte di chi può avere l'interesse a conformare e ad anestetizzare gli individui intorno a stili di vita e comportamenti acritici, di passiva accettazione dell'esistente.

Nasciamo meravigliosamente nudi e puri, privi di ogni consapevolezza di chi siamo e liberi di diventare tutto ciò che potremmo essere. Siamo un esaltante foglio bianco, da scarabocchiare con tutti i colori possibili, ma anche con uno solo: ogni cosa dipende da noi e noi possiamo davvero essere gli artefici del nostro destino. Armati dei nostri cinque sensi, peraltro ancora imperfetti, ci evolviamo in virtù degli stimoli che captiamo e delle suggestioni che ci provengono da coloro che si prendono cura di noi. Progressivamente, sviluppiamo una nostra capacità cognitiva e un'ansia di "perché" che ci rendono possibile estrapolare dal mondo la nostra originale visione di senso e l'emozione. Operiamo confronti continui e sempre più sofisticati, grazie ai quali diventiamo capaci di marcare il confine, rendendolo a noi evidente, tra noi e tutto ciò che è altro. Prendiamo coscienza di essere, attraverso un percorso straordinario, in cui, fin dall'inizio, possiamo soltanto intuirci e mai vederci. Elaboriamo la nostra coscienza e costruiamo l'ipotesi di noi stessi, arricchendola continuamente di nuovi dettagli, operando confronti e differenze tra ciò che immaginiamo del mondo e ciò che percepiamo. In quanto esseri relativi, che si pongono sempre in relazione a qualcosa o a qualcuno per comprendersi, apprendiamo per differenza e questo per confermare o meno l'idea che ci siamo fatti del mondo e di noi stessi.
Se un fenomeno si ripete in modo sistematico, lo metabolizziamo fino a renderlo prevedibile e, quindi, spiegabile, immaginabile anche quando il fenomeno non si manifesta ancora. Se un fenomeno si discosta in modo significativo dall'idea che ce ne eravamo fatti, abbiamo facoltà di rimettere in gioco il nostro sapere, per attribuire nuovo significato al significante. Non solo, siamo anche in grado di astrarre dai fenomeni immaginati e dagli "oggetti" interni alla nostra memoria, una nuova sapienza e nuovo senso, in un processo creativo che ci permette di viaggiare e di creare oltre i limiti immediati del sensibile. Possiamo, però, decidere di ignorare il divario cognitivo, per paura o per pigrizia, e barricarci nell’ignoranza, per difendere la nostra presunzione di certezza. Possiamo relegare i fenomeni dissonanti a qualcosa di inaccettabile, di inspiegabile, di misterioso, di cui essere magari superstiziosi o di cui avere timore. Faticosamente, comunque, giungiamo a coniare l'oggettività: una rappresentazione del mondo a tal punto stabile e ripetitiva, da non mettere mai in crisi la nostra coerenza cognitiva: la percezione che abbiamo delle cose e degli eventi, inequivocabilmente e senza eccezioni, conferma la nostra immaginazione, le nostre credenze.

E' da questa ricerca continua di corrispondenza, che deriviamo la struttura basilare per la costruzione delle nostre certezze, delle nostre verità. Nella nostra mente radichiamo un complesso sistema di mappe, con le quali possiamo muoverci, conoscere, riconoscere, distinguere, strutturare e destrutturare, in modo più o meno creativo, le nostre rappresentazioni del mondo. Tanto maggiore e tanto più libere saranno la nostre capacità di interagire e di interpretare il mondo, tanto più ricche e composite saranno le nostre mappe. Non soltanto: tanto più saremo consapevoli del processo relativo con cui siamo giunti al nostro momentaneo traguardo di sapienza, tanto più ci manterremo vigili per non cadere nella presunzione di essere giunti a mete di verità assolute.

Non siamo soli nel mondo. Interagiamo con altri individui che, come noi, affannosamente ricercano la loro verità, il senso e la consistenza del loro essere. Nei processi di scambio e di relazione con gli altri subiamo e produciamo interferenze continue, grazie alla condivisione di rappresentazioni simboliche ed emotive: la parola; lo sguardo; il tono della voce; la gestualità; l'esteriorità; il contesto, il momento e i modi con cui si realizzano lo scambio e la comunicazione. La coordinazione di questi fattori può generare l'intesa, la simpatia, l’autorevolezza, la stima, la fiducia, la com-passione, l'amore o determinare il loro esatto contrario. Può generare il mutuo riconoscimento dei traguardi cognitivi raggiunti, ma anche il loro reciproco e/o aprioristico rifiuto, la repulsione, il disprezzo e spingere sino all’aggressione dell’altro, pur di annullarne il pensiero. In funzione della nostra sensibilità e della nostra ansia di ricerca, abbiamo facoltà di aprire le nostre mappe agli altri, per arricchirle di nuovi elementi, elaborare e costruire un nuovo senso, una nuova oggettività, nuovi valori e verità nuove, oppure, per infarcirle di dubbi che liberino ulteriormente il nostro percorso di ricerca della conoscenza, verso orizzonti imprevedibili di nuova sapienza.

In questo percorso, che è di tipo sociale e, in quanto tale, estremamente complesso, poiché coinvolge una moltitudine di individui, ciascuno potrà assorbire e metabolizzare il punto di vista o l'esperienza dell’altro, ovvero rigettarli. Analogamente, ognuno potrà agire per diffondere la propria opinione, dimostrandone agli altri la coerenza formale e sostanziale. Tutto dipenderà dal modo in cui il singolo individuo parteciperà e si porrà nel processo di scambio della conoscenza e dalla trasparenza con cui questi opererà per dimostrare la validità dei dati e delle ipotesi che stanno alla base del suo esclusivo impianto cognitivo. Ma tutto dipenderà anche dal grado di autonomia e di "qualità" della conoscenza di cui dispongono gli individui e dal modo in cui il sistema sociale, entro il quale le relazioni si svolgono, assicura le libertà fondamentali di espressione, informazione, opinione e partecipazione.
Il confronto dialettico e la riduzione di ogni ed eventuale dissonanza cognitiva, anche a costo di manipolare e/o sopprimere le cause che la determinano, condurranno alla formazione di saperi stabilmente condivisi e omologanti, intorno ai quali si affermeranno identità collettive, forme di linguaggi e di aggregazione, valori e patrimoni di verità. Tanto maggiore sarà il consenso intorno a questo patrimonio, tanto più elevata la resistenza che il gruppo eserciterà di fronte ai tentativi di una sua revisione, anche soltanto parziale. Non soltanto nei sistemi apertamente autoritari, ma anche in quelli dichiaratamente democratici, i traguardi cognitivi raggiunti si cristallizzeranno intorno a presunzioni di verità assolute, pertanto indiscutibili, infallibili, e per difenderle, la ristretta elite di governo del gruppo opererà per dichiararne al più presto il carattere dogmatico. L’indottrinamento di massa, il controllo rigido dell’informazione, la censura, la limitazione della libertà individuale, in ogni sua forma, saranno le leve di un’azione estrema, a cui l’elite dominante potrà fare ricorso, per: affermare il principio del conformismo ideologico; limitare la capacità critica degli individui; contenere le naturali inclinazioni dell’individuo alla ricerca autonoma e al relativismo, bollati come un male; rendere tutti obbedienti agli schemi rigidi di una verità preconfezionata; garantire a se stesso il confort e i privilegi della propria rendita di posizione.

Dobbiamo, quindi, acquistare la piena consapevolezza di queste dinamiche, perché solo in questo modo saremo capaci di vigilare su noi stessi, sugli altri e limitare i possibili effetti negativi dell’omologazione e del conformismo. In quanto individui, animati da una potenziale ed inesauribile sete di conoscenza, dobbiamo agire perché all’interno dei gruppi sociali di nostro riferimento, si consolidi il valore cardine della libertà di critica e di opinione e il principio fondamentale della tolleranza e dell’ascolto di ogni punto di vista, soprattutto di quello avverso all’opinione dominante. Dobbiamo lottare affinché il processo di elaborazione della verità non sia mai preclusivo, aprioristicamente, delle possibili eccezioni ad essa, ma sia invece un percorso aperto e sempre attento al relativismo e alla falsificabilità di ogni nostra opinione. Dobbiamo impegnarci affinché chiunque possa avere accesso all’informazione e possa esprimere il consenso, come anche il proprio autonomo dissenso.

domenica 11 maggio 2008

Le malattie "orfane" ed il ruolo della spesa pubblica

Tra le molte patologie che affliggono l’uomo, ve ne sono alcune che la comunità scientifica qualifica come “orfane”. La ragione di una simile denominazione è da ricercarsi nel numero limitato dei pazienti che ne sono colpiti, ma anche nell’insufficiente reddito a disposizione di coloro che le contraggono. Sono “orfane” perché interessano, principalmente, le aree più povere del pianeta, dove le condizioni di vita sono indubbiamente più estreme e la miseria endemica. Sono “orfane” perché la logica stringente dell’azionista investitore, che “rischia” i propri quattrini in borsa, impone una scelta oculata dei progetti ricerca, che assicuri la minimizzazione dei tempi di rientro dall’investimento iniziale e la contestuale massimizzazione dei rendimenti. Sono “orfane” perché, sulla scia delle precedenti considerazioni, non giustificano alcuna attività di ricerca scientifica da parte privata, che sia mirata e davvero approfondita.

Lo sviluppo di un nuovo rimedio terapico è un processo che necessita di tempi prolungati di ricerca e sperimentazione clinica e che richiede investimenti finanziari ingenti. Proprio a causa dei traguardi aleatori a cui può spesso giungere, ma anche degli allettanti guadagni che ne possono scaturire, la ricerca medica è, già da tempo, abbinata a sofisticate tecniche di simulazione e selezione finanziaria. Un progetto di ricerca medica sarà considerato valido se il business plan, che lo rappresenta, permette anche di individuare un saldo finanziario netto positivo, tra ciò che risulta necessario investire all’inizio e ciò che, ragionevolmente, potrà ricavarsi dal futuro sfruttamento commerciale del rimedio terapico. Il giudizio finale di fattibilità sarà ovviamente orientato a privilegiare una prospettiva di rischio prudente, volta a salvaguardare la ricchezza attualmente disponibile per l’investitore e a stimolarne, comunque, l’impiego alternativo efficiente. Quindi, se un’ipotesi di ricerca non sarà in grado di dimostrare, a chi possiede il capitale, risultati finanziari allettanti, il progetto sarà “opportunamente” scartato e con esso il rimedio terapico sottostante. L’ovvio corollario di questa morale è che un numero considerevole di individui rimarranno abbandonati alla loro sorte o, nella migliore delle ipotesi, a cure del tutto inadatte, a meno che il male da cui sono afflitti, nel frattempo, non si sia diffuso presso altri soggetti a reddito più elevato. Un esempio eclatante di tale eventualità può ricavarsi dall’epica lotta contro la poliomielite, che per anni coinvolse l’intero mondo occidentale. Un traguardo davvero leggendario nella storia della medicina, probabilmente secondo, in ordine di importanza, alla sola scoperta degli antibiotici. La poliomielite è stata sconfitta ed è pressoché scomparsa in tutto il mondo, grazie allo sforzo congiunto di ricerca privata e pubblica che venne a suo tempo profuso e all’impegno diretto delle più importanti istituzioni ed Università internazionali. Ma venne sconfitta anche perché la poliomielite colpì, con un picco negli anni cinquanta, diverse migliaia di bambini americani, incluso, negli anni trenta, Franklin Delano Roosvelt, futuro Presidente degli Stati Uniti d’America.

Certo, prendere coscienza di tali meccanismi ci può rendere inquieti, anche perché la sensibilità tipicamente “occidentale” ed europea di cui, più o meno tutti, siamo permeati, non ci consente di ammettere che, alla fine, un sano e robusto rendimento finanziario possa valere più di una vita umana. Forse è anche per questa ragione che, quando siamo invitati a riflettere intorno a tali aberrazioni, ci precipitiamo a digitare i numeri telefonici della solidarietà o a versare somme su bollettini postali pre-intestati, quasi volessimo lavare la nostra coscienza. È anche vero, però, che la nostra indignazione è sempre più pilotata e che sopravanza solo quando assistiamo alla scena televisiva di un moribondo o raccogliamo l’accorato appello di un presentatore televisivo, che tra lustrini e paillette, ci commuove e ci spinge (quasi sempre, senza dare l’esempio) a gesti di una carità sempre più istintiva. Quasi mai il nostro atteggiamento ci spinge verso una riflessione critica più profonda, intorno al fatto che il palliativo morale della beneficenza “a comando” serve, piuttosto, a surrogare o a colmare il vuoto di spesa pubblica che si è creato nel nostro sistema di ricerca scientifica, anche in campo medico-sanitario.

La spesa pubblica è un traguardo di civiltà straordinario, che qualifica gli Stati e le collettività che ne costituiscono il fondamento giuridico-istituzionale. È il principale risultato di un processo politico, che antepone gli interessi dei cittadini alle logiche e alla razionalità privata. È uno strumento di equità che può contribuire a risolvere le ingiustizie del mercato, laddove il privato non ravviserà mai alcun interesse ad investire. La spesa pubblica attribuisce un significato pratico alla parola “collettività”: è il prerequisito fondante e qualificante di ogni ragionamento politico che sia volto a garantire i valori universali dell’uguaglianza e della liberta. Negli ultimi anni, la funzione sociale della nostra spesa pubblica, specie in campo sanitario, è stata mortificata dai continui scandali e dalla corruzione clientelare, perpetrata, in modo sistematico e a danno di noi tutti, da burocrati mediocri, da falsi imprenditori e da politici indegni. Posti di fronte a tale spettacolo, noi cittadini abbiamo in stragrande maggioranza avallato lo smantellamento dello Stato sociale e del nostro sistema di ricerca pubblica, in questo rassicurati: dalla prospettiva efficientista delle privatizzazioni; da una presunzione di discontinuità politica, scaturente da un proliferare di partiti, affatto corrispondente ad un serio ricambio delle classi dirigenti; dalle vane promesse di un liberismo economico, portatore di un benessere diffuso. Da questi convulsi processi di “rinnovamento” non abbiamo ricavato altro che ulteriore sperpero di denaro pubblico e la perdita di competitività internazionale, in settori della ricerca scientifica nei quali il nostro Paese primeggiava.

Pertanto, fintanto che non saremo capaci di restituire forza e dignità al nostro sistema sociale di spesa pubblica e di pretendere dai nostri politici risposte e programmi non estemporanei di investimento collettivo, per l’uguaglianza e per la libertà di ogni individuo, le patologie di abbiamo discusso in premessa continueranno ad essere denominate “orfane”, questa volta anche per causa nostra.

domenica 27 aprile 2008

Spesa pubblica e Stato sociale

Ormai da diverso tempo, relativamente ai temi della spesa pubblica e dello Stato sociale, l’obiettivo della crescita e quello della sostenibilità economica costituiscono la premessa e la condizione necessarie per ogni scelta. Nella nostra società, soprattutto a partire dagli anni 80, la ”economicità di gestione” e la privatizzazione si sono andati sempre più affermando, diventando anzi il criterio di valutazione guida rispetto a tematiche sociali e territoriali delicatissime (sanità, istruzione, infrastrutture primarie, ecc.).

Fino ad allora, la priorità politica era stata quella di migliorare le condizioni di degrado e miseria in cui versavano gran parte delle popolazioni residenti nelle aree più periferiche, in primis, nel mezzogiorno d’Italia. Ponendo al centro di ogni dibattito la “questione meridionale”, la politica di quegli anni mirava a recuperare il pesante ritardo ereditato dal processo di unificazione nazionale e dal regno sabaudo, colpevole di innumerevoli nefandezze nei riguardi del popolo meridionale (si pensi alla famigerata ”Legge Pica”. Nei primi anni dell’annessione, il nuovo stato sabaudo per affermare il suo dominio nei nuovi territori, si impegnò in una guerra spietata contro coloro che non si adattavano al nuovo "ordine". Tutti costoro vennero definiti briganti. Per maggiore sicurezza si inclusero nella lista anche gli oziosi, i vagabondi e le persone sospette. Il potere volle avere mano libera nella repressione! In pochi anni, i morti per le repressioni dovute alla Legge Pica furono superiori a tutti i decessi delle guerre del Risorgimento!).
Sulla scia della ricostruzione post-bellica e del Piano Marshall, lo Stato intervenne nel Mezzogiorno mediante numerose e importantissime iniziative, che produssero radicali mutamenti e che certamente prescinderono da qualunque considerazione di ordine economico. Alla base di tali interventi, infatti, vi era l’idea di dover perseguire con forza traguardi sociali di interesse finalmente nazionale, in settori che, se fossero stati affidati alle logiche stringenti della razionalità economica e delle leggi di mercato, non avrebbero suscitato alcun interesse, determinando l’irrimediabile svuotamento di vasti territori. Rispetto alle priorità che si individuarono, a qualunque altra forma di valutazione, furono quindi anteposti l’interesse ed il benessere della comunità e dei singoli individui, che per troppo tempo erano stati umiliati e violentati nella loro stessa identità. Grazie alla lungimiranza di tale visione politica, i cittadini divennero, in modo consapevole, azionisti ed artefici del proprio futuro civile e con la ricostruzione dell’Italia la politica costituì davvero le premesse per la creazione di un popolo finalmente italiano.

Gli anni cinquanta e sessanta furono anni di interventi e di opere straordinarie per il Paese e per il mezzogiorno d’Italia: la riforma agraria; gli acquedotti e le dighe; la creazione di poli industriali e petrolchimici; la realizzazione di infrastrutture autostradali, di moderni aeroporti e di connessioni ferroviarie; la costruzione di nuovi ospedali; l’avvio del sistema radio-televisivo nazionale, che contribuì a diffondere una cultura ed una identità finalmente italiane; ecc.
Tuttavia, come le cronache ci dimostrarono in seguito, una parte cospicua di questi interventi diede luogo ad opere inutili, faraoniche o incompiute o, in altri casi ancora, le opere produssero effetti diametralmente opposti a quelli che si auspicavano (si pensi alla riforma agraria e alla sua inadeguatezza strutturale nel processo di assegnazione delle terre, che determinò l’abbandono delle campagne, favorì la ricostituzione parziale del latifondo e massicce ondate di emigrazione verso il nord Italia e l’Europa settentrionale). Altri interventi, infine, furono lo scenario e il preludio di gravissimi fenomeni di corruzione, di clientelismo perverso, di processi espansivi della forza lavoro per nulla connessi a ragioni produttive o meritocratiche, ma anche di scellerate contiguità tra potere politico e criminalità organizzata.
Di fronte agli enormi sprechi e ai continui scandali che colpirono irrimediabilmente la credibilità delle nostre istituzioni (ma non anche di quanti, materialmente, hanno perpetrato i reati!), lo Stato reagì perseguendo in chiave prioritaria, le ragioni dell’economicità di gestione e della privatizzazione, anche perché, nel frattempo, in Inghilterra e negli Stati Uniti tali politiche sembravano condurre a traguardi di sicuro progresso.

A partire dagli anni 80, venne quindi avviata la svendita ed il ridimensionamento decisi dell’apparato pubblico, non soltanto di quello produttivo (fatto, questo, assolutamente opportuno), ma anche di quello tradizionalmente riguardante gli interventi di riequilibrio sociale e territoriale, nella convinzione che le istituzioni pubbliche ed il loro personale, non avessero alcuna capacità di gestire risorse ed obiettivi e che i privati fossero l’unica soluzione percorribile.
I rami secchi nelle ferrovie; la sparizione di antiche comunità territoriali, azzerate dal venir meno di molti servizi essenziali; il taglio dissennato delle risorse nelle scuole; la chiusura degli ospedali nei comuni minori; la fuga dei cervelli; il graduale tramonto dello stato sociale, ma anche la progressiva disgregazione del tessuto civico nazionale, con la nascita di movimenti secessionisti, furono alcuni degli effetti di questo repentino mutamento di rotta e di questa risposta indiscriminata all’inefficienza e alla corruzione.
Alla fine di questo processo, per come poi sono andate le cose, possiamo oggi dire che i cittadini italiani hanno subito un danno enorme: l’azzeramento patrimoniale degli enti che garantivano l’erogazione dei servizi sociali; la drastica riduzione degli investimenti nella ricerca scientifica di interesse nazionale, con conseguente ridimensionamento delle prospettive future; la trasformazione di gran parte degli enti dimessi in comode prede per le privatizzazioni (si pensi alla SIP, la cui dismissione è avvenuta a fronte di un cospicuo indebitamento, puntualmente accollato ai cittadini attraverso tariffe esorbitanti e al di fuori di ogni logica di mercato); la conversione di ciò che prima costituiva un sacrosanto diritto, in una prestazione di servizio a pagamento.
L’aspetto più paradossale della vicenda è che, nonostante siano state realizzate diverse privatizzazioni e sia avvenuto l’intervento sostitutivo da parte dei tanto auspicati imprenditori “privati”, la situazione per i cittadini sembra essere cambiata davvero poco. Si pensi alla sanità in Sicilia, dove il ricorso massiccio a strutture private, accreditate con il sistema pubblico regionale, non ha per nulla migliorato l’efficacia ed i tempi delle prestazioni, ma ha anzi prodotto un enorme e sistematico ammanco di risorse finanziarie, regolarmente scaricato sulla collettività con aumenti annuali del prelievo fiscale o con tagli di bilancio ad altri capitoli della spesa sociale. Analogo discorso può essere fatto per i servizi municipali di erogazione dell’acqua e per quelli di raccolta dei rifiuti solidi urbani, relativamente ai quali il passaggio della gestione agli ATO e l’applicazione delle tariffe hanno provocato, negli ultimi anni, aggravi di spesa per la collettività ben superiori al 25% annuo. Alle vecchie forme di corruzione e clientelismo se ne sono, quindi, sostituite altre, meno rozze e più raffinate, ma comunque efficaci a mantenere in piedi il potente comitato d’affari: politica-criminalità-burocrazia-imprenditoria.
Queste brevi considerazioni debbono indurci a discutere su quale ruolo debba svolgere lo Stato nella nostra economia, per tentare di recuperare la funzione della spesa pubblica e dei meccanismi di redistribuzione all’interno del nostro sistema sociale. Personalmente, non ho dubbi che lo Stato debba rinunciare ad ogni tentazione di ruolo imprenditoriale, laddove il suo compito diventi quello di produrre beni e servizi non essenziali per la collettività, per la dignità, l’uguaglianza e la libertà degli individui. Bene, quindi, ha fatto lo Stato a privarsi del controllo di alcune grandi aziende del settore manifatturiero e a rafforzare in tal modo il ruolo di una classe imprenditoriale, importante per il prestigio e per il progresso industriale del nostro Paese. In questi settori, soprattutto quando sussiste una reale concorrenza tra le imprese, la logica del mercato funziona benissimo e soltanto il privato può coglierne le sfumature. La ricerca del profitto non è mai esasperata, ma temperata dalla necessità di dover ricercare continuamente la soddisfazione del cliente, il quale valuta in modo autonomo le offerte concorrenti ed attribuisce a ciascuna di esse il giusto “valore”, in misura proporzionale all’utilità che ne deriva.
La percorribilità di questa logica, invece, mi sembra del tutto inadeguata nei settori in cui l’equilibrio tra “domanda” e “offerta”, se non è opportunamente mediato e regolamentato da un soggetto super partes, può creare fenomeni di asimmetria e di iniquità sociale anche gravi. Si pensi alla sanità. Alla domanda (diritto) di “salute” si contrappone, logicamente, l’offerta di servizi sanitari. Di fronte alla malattia propria o a quella dei propri cari, un cittadino attribuisce a questa offerta valore ed utilità infiniti, anche perché spesso egli manca della necessaria informazione ed è fortemente condizionato sul piano emotivo. Se non ci fosse ancora oggi lo Stato, con la sua funzione di arbitro e di gestore pubblico della sanità, il cittadino resterebbe in balia del privato, fornitore di servizi sanitari, rischiando di subire gravi iniquità e vessazioni.

Allora, la questione del ruolo dello Stato nell’economia e quello correlato della spesa pubblica possono essere seriamente affrontati partendo, innanzitutto, da un riesame accurato del sistema sociale, con grande onestà morale, con ampiezza di dibattito e al di fuori di ogni rigida e preclusiva valutazione economica, approfondendo le modalità con cui tale sistema dovrà essere gestito, per evitare ogni ulteriore forma di corruzione, di spreco e per assicurare il diritto di tutti all’uguaglianza e alla libertà.
L’approccio, a mio avviso, per essere efficace e per ridare senso allo Stato sociale, deve mirare a distinguere in modo netto la componente strategica di ciascun servizio, ovvero quella che assicura la soddisfazione di un diritto fondamentale, da quella che invece non presenta tali caratteristiche. Soltanto le prime, a mio avviso, meritano di essere nuovamente progettate, per essere riservate allo Stato e per assicurare l’erogazione di un servizio assolutamente gratuito e, soprattutto, ad accesso libero per tutti i cittadini, senza distinzione di reddito o di condizione sociale. Le altre componenti potranno invece essere privatizzate. La copertura finanziaria dei relativi costi di gestione andrebbe, prioritariamente, ricercata nel gettito derivante dal prelievo fiscale sul reddito di ogni cittadino, al fine di rendere tutti, consapevolmente, partecipi al costo di un servizio di interesse collettivo e per collegare l’obiettivo della redistribuzione della ricchezza nazionale a serie prospettive di equità e di riequilibrio sociale.
A titolo esemplificativo ed in prima approssimazione, nel servizio sanitario le componenti strategiche del servizio sono: la ricerca farmaceutica; l’erogazione del servizio di diagnosi e cura; l’informazione sanitaria. Nel servizio di istruzione le componenti strategiche sono: l’analisi del fabbisogno formativo; la definizione dei curricoli scolastici; l’insegnamento; la definizione dei criteri e dell’approccio pedagogico; la verifica dell’efficacia dell’apprendimento. Tutto ciò che non appartiene alla catena primaria del servizio potrà, anzi, dovrà essere affidato al privato, nei limiti di un sistema di aggiudicazione che assicuri sempre la trasparenza, la neutralità, eviti il conflitto di interessi e determini l’economicità di gestione (su questi aspetti, per niente secondari e di cruciale importanza, saranno certamente necessari ulteriori analisi, discussioni ed approfondimenti, per cui invito chiunque a fornire un contributo).
Con questo ragionamento non si vuole affatto negare la libertà di fare impresa nella catena primaria del servizio sociale. Anzi, ben vengano le scuole, le cliniche o i corpi di polizia privata. Ciascun imprenditore avrà l’estro e il modo di ricercare le fonti della propria eccellenza in fattori alternativi alla variabile prezzo, ma che, agli occhi di chi acquisterà il servizio, assumeranno una sicura valenza strategica. Chi decide di fare impresa addebiterà, quindi, il costo delle proprie prestazioni a chi, per altrettanto libera scelta, deciderà di rinunciare e di non avvalersi della gratuità del servizio pubblico.
Da questi considerazioni occorre, a mio avviso, partire, perché è questa l’essenza della questione in materia di spesa pubblica e di stato sociale. Attraverso un’analisi rigorosa dell’attuale sistema di erogazione e dei meccanismi impliciti di redistribuzione e di equità, la politica dovrà ritrovare la forza di discutere, di confrontarsi e di prefigurare uno scenario di benessere collettivo, che sia tale da assicurare, finalmente, la trasparenza dell’azione amministrativa, l’indipendenza del gestore dal potere politico, la neutralità dell’istituzione rispetto a chi usufruisce del servizio, l’uguaglianza sostanziale e la libertà per tutti i cittadini.
Senza questo genere di analisi rischiamo di smantellare ulteriormente e di colpire in modo ancor più indiscriminato un sistema sociale, che è poi l’essenza di ogni Stato civile. Ma rischiamo anche di continuare a foraggiare quanti, nel nome di un falso liberismo economico, sfuggono al gioco del libero mercato e trovano nello Stato il loro unico “Cliente” finanziatore.

domenica 13 aprile 2008

Ancora su: uguaglianza, libertà e liberismo

Il discorso di Robert Kennedy (18 marzo 1968, presso l’Università del Kansas, pochi giorni prima del suo barbaro assassinio) è uno dei primi post che ho voluto inserire nel blog. Ho ritenuto di doverlo fare per testimoniare, anch’io e nel mio piccolo, la sua grandezza e per rimarcare la modernità e la lucidità del suo pensiero. Il discorso di Robert Kennedy ci invita a riflettere su gran parte delle tematiche sociali che, ancora oggi, la nostra società non è stata in grado di affrontare e risolvere: l’inquinamento ambientale; il diritto alla salute; la sicurezza stradale e quella personale; la televisione e la violenza che questa ci propina continuamente; le armi, la guerra e i modi di affrontare le crisi internazionali; la famiglia ed il diritto di ognuno a svagarsi e a godere del proprio tempo libero; l’imparzialità della giustizia; l’onesta della pubblica amministrazione. È un pensiero moderno e lucido perché non si limita ad una sterile o generica invettiva, ma perché coglie nelle contraddizioni e nelle miopie del PIL (Prodotto Interno Lordo), le cause principali del degrado morale e civile in cui versa la nostra civiltà. Nessuna società, ci dice Robert Kennedy, riferendosi all’America dei suoi anni, può giudicarsi civile e progredita sulla base esclusiva del PIL, ovvero sul volume di beni e servizi materiali che questa società dimostra di saper produrre, accumulare e consumare. Il PIL misura tutto tranne quei valori che rendono la vita veramente degna di essere vissuta.

Eppure, nonostante le questioni etiche poste da Robert Kennedy siano oramai diventate temi centrali in molti dibattiti sullo sviluppo, nessuna forza politica o sociale ha sin qui dimostrato il coraggio di voler ribaltare il ruolo, pervasivo, delle priorità economiche e scardinare, quindi, la logica del PIL e delle sue principali leve di gestione (controllo di inflazione e deficit, politica monetaria). Per quale ragione?

Invero, la nostra società ha attribuito al consumismo e alla ricchezza materiale significati equivalenti a quello di benessere ed il sistema economico ha finito per l’essere strutturato sull'idea che bisogna produrre e consumare sempre di più per essere felici. Siamo figli dell’euforia del dopoguerra, della ricostruzione e del boom economico. Nonostante l’austerity (quando Tony Santagata cantava: “se non vuoi andare a piedi prendi l’asino”), gli shock petroliferi e le crisi internazionali, abbiamo incessantemente perseguito la rincorsa del benessere materiale, in una progressione sempre più squalificante: necessario (fino al 1960); utile (1970); superfluo (1980); effimero (1990); inutile (oggi); ? (domani). Il paradigma della nostra epoca può sintetizzarsi nello slogan: “Chi più ha, meglio sta” e, se è pur vero che “anche i ricchi piangono”, è molto meglio “avere che essere”. Quindi, a parte Robert Kennedy, che era senz’altro un illuminato e che quasi certamente è stato assassinato per tale ragione e per ciò che ebbe il coraggio di dire, in tutti i paesi occidentali si è cavalcata l’onda del consenso politico a suon di programmi di accumulazione materiale e di prospettive di consumo crescente. Tale concezione di futuro e di dignità della vita si è poi ancor più radicata nel nostro sistema, dopo che la visione sociale alternativa, fino ad allora incarnata dall’Unione Sovietica, ha raggiunto miseramente il capolinea della storia, trascinando con sé le illusioni di molti. All’interno di questo scenario e di tali premesse, condivise da quasi tutti e perciò vincenti, il PIL ed la visione liberista distorta che vi sta alla base non potevano che essere le basi di ogni programma politico.

Tuttavia, per dirla con Robert Kennedy e da cittadini del nostro tempo e da osservatori degli eventi internazionali: che c’entra il PIL con la qualità della vita, presente e futura; con il benessere degli individui di oggi e di domani; con il diritto di ognuno all’uguaglianza e, quindi, alla libertà? La Cina, che in questo momento registra il più alto tasso di crescita in termini di PIL, può per questo definirsi: il luogo ideale in cui tutti noi vorremmo andare a vivere; dove i cittadini stanno bene e sono autenticamente liberi; dove le generazioni che verranno troveranno un posto senz’altro migliore; dove la vita di ognuno ha ed avrà pari dignità con quella degli altri? Se nutriamo e me lo auguro, qualche dubbio, allora dovremmo cominciare a chiederci: gli individui che cosa desiderano, in tutto il mondo ed in ogni tempo, oltre la frontiera dei loro bisogni materiali? Ma davvero il PIL basta, da solo, a misurare le istanze e le aspettative di ognuno di noi? Ma è davvero così necessario continuare ad accumulare ricchezza materiale, in modo ossessivo e quasi che l'accumulazione di beni fosse l'unica ragione della nostra vita? Non è forse giunto il momento in cui possiamo, finalmente, cominciare a dare un senso a tutta questa ricchezza accumulata, in una prospettiva di impiego che si riveli utile alla nostra vita e al benessere della più ampia comunità a cui apparteniamo?

Se vogliamo davvero migliorarci in senso democratico, etico e civile, dovremmo riuscire a superare al più presto questa che, secondo me, costituisce una forma di follia collettiva e di percorso irreversibile verso l’auto-annientamento. A partire dal nostro Paese e dall’idea stessa d’Europa. In Europa ha molto più potere la Banca Centrale Europea, che è diretta emanazione dei poteri economico-finanziari internazionali, che il Consiglio d’Europa, che è lo strumento fondamentale della nostra democrazia. Il punto di vista, immediatamente vincolante per tutti, del Presidente della BCE vale molto di più di quello delle centinaia dei nostri rappresentanti parlamentari, nonché delle stesse politiche di governo nazionale. Se per questa istituzione e per l’uomo che la rappresenta, il controllo dell’inflazione rappresenta un traguardo ossessivo, anche quando questa è palesemente indotta dalle speculazioni sui prezzi di greggio e grano, non avrà alcuna importanza che i consumi interni crollino (inclusi quelli primari di pane e pasta), che la gente non riesca più a pagare i mutui, che le aziende soffrano il calo di competitività all’esportazione, che soltanto alcune grandi aziende ne traggano beneficio e si arricchiscano in modo indegno. Ma a che cosa ci potrà servire una valuta forte se, poi, la nostra economia non varrà più nulla?

In un recente rapporto trimestrale, il Commissario Europeo sull’economia (una di quelle istituzioni che valgono meno della BCE), ha scritto: “L'indebolimento del ciclo virtuoso del commercio mondiale e l'apprezzamento dell'euro stanno pesando sulle esportazioni dell'eurozona”. Certo, una valuta forte può compensare il peso delle nostre importazioni (le paghiamo meno, dato che le transazioni avvengono in dollari). Eppure, in questo preciso momento storico, non è evidente a tutti che gli unici ad avvantaggiarsi di tale situazione sono soltanto gli speculatori e i banchieri, i quali, quando le loro banche hanno preso ad affondare, senza alcuno scrupolo hanno scaricato sulla collettività gli effetti negativi delle loro scelte? Non ci vorrebbero altre forme di intervento meno ottuse, più autenticamente liberali e, quindi, più attente alle reali esigenze dei cittadini e delle piccole e medie imprese? Non è questa una politica che, alla fine, toglie ai meno abbianti per donare ai ricchi e, peggio ancora, agli speculatori senza alcuna morale?

Per superare questa follia, dobbiamo trovare un modo diverso di misurare il progresso civile di ogni società, che permetta di superare le suggestioni economiche di una visione politica così gretta, che enfatizzi la centralità dell’individuo nelle scelte di ogni genere e che ci aiuti, infine, a stilare una differente graduatoria di merito, fondandola sui valori che alla fine contano e che rendono la vita degna di essere vissuta. Solo in questo modo verrebbe chiaramente allo scoperto l’inadeguatezza e l’ipocrisia di Paesi come la Cina, ma anche la nostra stessa complicità, rispetto a scelte economiche che, nel nome di un PIL sovrano e riservato a pochi, dimostrano disprezzo per i diritti e la dignità dell’uomo.

Allora, così come l’ISTAT elabora la statistica sulle variazioni di prezzo, con un paniere concordato tra gli stati membri della UE, analogamente ciascun Paese dovrebbe elaborare un proprio indicatore, che sintetizzi in modo omogeneo e sulla base di pesi autenticamente rappresentativi delle priorità individuali, la qualità della vita in termini di: sicurezza; diritto alla salute; diritto allo studio; diritto all’infanzia; speranza di vita; libertà di opinione; ambiente; quantità e qualità del tempo libero; reddito disponibile; disoccupazione; mobilità; tempi della burocrazia; ecc. Solo attraverso un indicatore di questo genere potranno essere colte le nostre aspettative e la nostra dignità di individui. Solo in tal modo potranno realizzarsi una politica ed un dibattito, che siano finalmente a misura di una vita degna di essere vissuta.

domenica 6 aprile 2008

Uguaglianza, libertà e liberismo economico

Una società democratica, che intende affermarsi sul piano della continuità storica e su quello dell’etica civile, deve sviluppare la propria azione e focalizzarsi intorno ai principi dell’uguaglianza e della libertà individuale. Se ciò non avviene, per incapacità di assicurare entrambi i valori, la società prenderà a disgregarsi sotto la spinta avversa degli stessi cittadini, che la boicotteranno o la abbandoneranno al suo destino.
È davvero irrealistico pensare che i due valori appena richiamati possano essere considerati disgiunti o perseguiti con enfasi differenti. Uguaglianza e libertà sono, infatti, i due aspetti peculiari di un fenomeno unitario: la sovranità democratica. Anzi il primo valore, quello dell’uguaglianza, è l’essenziale prerequisito del secondo, poiché in ogni società potrà esserci vera libertà a patto che si affermi anche la parità tra gli individui, nell’esercizio dei diritti e nei correlati doveri sociali. Uguaglianza significa, relativamente a ciascuno, possibilità di esercitare i propri diritti e sviluppare la propria personalità con eguale dignità, senza il pericolo di alcuna discriminazione pregiudiziale. Vuol dire, anche, neutralità delle istituzioni rispetto all’esercizio dei doveri, anche in questo caso, senza che sussistano forme di distinzione sociale o di esclusione basate su presupposti di privilegio o di imprescindibile appartenenza identitaria.
Il principio dell’uguaglianza che qui si afferma, non deve essere tuttavia confuso con quello dell’omologazione, che è processo di annullamento della personalità e della dignità umana, capace di ridurre gli individui in servi di un’identità “altra” o comunque imposta. Chi crede nella democrazia e, contestualmente, nella libertà dell’individuo rifiuta, a priori, una simile impostazione e ciò al di là delle sovrastrutture ideologiche con cui queste vere e proprie aberrazioni sociali usano spesso mascherarsi.

Perseguire con determinazione il traguardo dell’uguaglianza tra gli individui sul piano sociale e sostanziale, ossia, ben oltre la mera dichiarazione d’intento costituzionale, può anche contribuire a ridurre sulla collettività il peso e l’effetto di spinte anarchiche e/o utilitaristiche, al cui richiamo, più o meno inconsapevolmente, gli individui si espongono nella loro ricerca di un’incontrastata libertà. All’interno di ogni società, l’individuo si plasma ed esplica le proprie azioni volitive nell’ambito di una fitta rete di convenzioni sociali e di altrettanto consistenti limitazioni giuridiche, entrambe foriere di interferenze e perturbazioni sulla sua personalissima visione del mondo. D’altro canto, quelle stesse convenzioni e limitazioni, che pongono un limite alla sua autonomia, frenano anche le possibili ingerenze degli altri e si rendono con ciò strumentali alla condizione egemonica della sua visione. Una società che si sbilancia favorendo la creazione di gruppi dominanti è il terreno fertile nel quale il principio dell’uguaglianza si svuota del proprio contenuto sostanziale, assumendone uno di mera formalità e trascinandosi dietro il principio stesso della libertà individuale. Ciò che nelle premesse costituiva un diritto di tutti diventa, quindi, una condizione di puro privilegio: un lusso da riservare ad una ristretta elite.
È questo il segno tangibile della nostra democrazia malata, che è schiacciata dal peso del conflitto di interessi, da un liberismo di sola facciata, da un sistema dell’informazione rigidamente controllato, da condizioni di indigenza diffusa e di bassa cultura e da una laicità di bassissimo profilo morale, perché schiava della ricerca di un consenso facile e a basso costo. In tali circostanze, come ci insegna la storia, non soltanto quella recente, attecchisce facilmente la demagogia, il populismo e, nei casi più estremi, la dittatura, venendo meno progressivamente, fino a sparire del tutto, l’uguaglianza e la libertà degli individui.

Alexis De Toqueville, che non era certo un “comunista”, diceva a proposito dell’America del suo tempo (metà dell’ottocento): "Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l'unico agente, l'unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?". Su tale linea di pensiero Tocqueville elabora l’idea di una “tirannide della maggioranza”, per segnalarci i pericoli latenti nelle nostre democrazie: “L’opinione comune ha presso i popoli che vivono in democrazia un potere infinitamente più grande che presso tutti gli altri. Nei tempi di eguaglianza, infatti, a causa della reciproca somiglianza, perché tutti sono uguali, gli uomini hanno una fiducia quasi illimitata nell'opinione pubblica e non sembra loro verosimile che la verità non si trovi dalla parte della maggioranza". Presso i popoli democratici la pubblica opinione ha, dunque, una singolare potenza poiché diffonde le sue credenze imponendole e facendole penetrare nelle anime per mezzo di una immensa forza di persuasione: lo spirito di tutti sull'intelligenza di ognuno. La democrazia stessa può essere, quindi, veicolo e volano di conformismo e omologazione, valori antitetici a quelli da cui siamo partiti: uguaglianza e libertà. Ma questa democrazia può essere anche il mezzo con cui si modellano e si controllano le maggioranze, il terreno fertile nel quale i più abili demagoghi possono costruire la propria sorte, facendosi interpreti unici delle masse e delle loro passioni. Su questo punto, mi piace riportare testualmente ciò che ebbe a dire nel 1993 il filosofo ed epistemologo Karl Popper, per denunciare il potere della televisione nella costruzione dell’opinione pubblica: "… tutti quelli che invocano la libertà, l'indipendenza o il liberalismo per dire che non si possono introdurre delle limitazioni in un potere pericoloso come quello della televisione, sono degli idioti".

Se le considerazioni svolte sono valide e degne di attenzione, qual è la migliore strategia da adottare per scongiurare l’insorgenza di fenomeni così perversi e perniciosi per i principi di uguaglianza e libertà? Quali devono essere i punti su cui l’azione politica deve orientarsi e convergere, per assicurare la piena uguaglianza e, quindi, la vera libertà dei cittadini?

In primo luogo, la società, lo Stato e la classe politica che li rappresenta dovrebbero davvero impegnarsi per affrancare, finalmente, gli individui dai vincoli dell’indigenza e del bisogno. Infatti, non vi può essere libertà e uguaglianza se a ciascun individuo non è garantita la possibilità di soddisfare le proprie necessità elementari o se, per il soddisfacimento di questi bisogni, l’individuo non è libero di avviare una propria iniziativa imprenditoriale o deve rivolgersi a circuiti loschi di intermediazione politica, offrendosi in cambio, a volte mortificando la sua stessa dignità personale.
Nel 1931 Luigi Einaudi ebbe a dire come il compito della scienza economica non fosse quello di stabilire la graduatoria dei fini sociali, ma di ricercare: “… la soluzione economicamente più conveniente per raggiungere un dato fine.” Nella nostra società, spesso, il fine da realizzare “…non è un fine economico, ma politico morale religioso; ma la soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora... Di fronte ai problemi concreti, l'economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo". Sempre Luigi Einaudi, nel 1948 scrisse: “… la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica... Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l'esercizio effettivo, pratico, della libertà: all'un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; ed all'altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: ed ambedue sono fatali alla libertà”.
Questo è il liberismo che a me piace. Un liberismo che nega, in modo altrettanto deciso e radicale, la possibile presenza di posizioni dominanti, che siano tali da alterare il libero gioco delle forze e la libertà di azione degli attori presenti nel mercato. È un liberismo che, implicitamente, rifiuta la spietatezza tipica del capitalismo selvaggio, che travolge tutto e tutti nella prospettiva unica dell’egoismo e del profitto economico. È un liberismo che, implicitamente, contrasta la presenza nella società di gruppi di influenza dominante, all’interno dei delicati meccanismi di formazione del pensiero e dell’opinione pubblica. È un liberismo che considera utile ed anzi necessaria la presenza dello Stato, laddove debbano esserci regole di comportamento, rifiutando ogni genere di doppiezza da parte dell'individuo: da un lato il rifiuto di ogni ingerenza statale; dall’altro la pretesa di un intervento quando torna a vantaggio del proprio interesse individuale o il richiamo all'ordine e alla legge non appena gli interessi personali vengono messi in discussione.

In questa prospettiva, quindi, è condivisibile l’idea che lo Stato si debba tirare indietro dalla tentazione di condurre in proprio o indirettamente iniziative imprenditoriali, ma lo è altrettanto quella di uno Stato che, pur di garantire la dignità e la libertà economica dei propri cittadini, stabilisce regole e limiti ed interviene fornendo all’individuo e per periodo di tempo limitato un salario minimo di sussistenza. Non mi sembra che, su quest’ultimo aspetto, le democrazie nord europee, che da anni applicano lo strumento del salario minimo, possano essere considerate illiberali o accusate di produrre distorsioni al loro libero mercato. Mi sembra, piuttosto, ipocrita sostenere che da noi, grazie all’assenza di uno strumento simile, si sia affermata un’economia davvero liberale. Se per un momento entriamo nel merito dei tanti strumenti di assistenzialismo esistenti (camuffati da corsi di formazione, Lavori Socialmente Utili, cassa integrazione, ecc.), ci rendiamo immediatamente conto che la questione del salario minimo è assolutamente mal posta, perché tale fattispecie, nei fatti, sussiste anche da noi. Il problema è che da noi non funziona o è ipocritamente chiamato in modo diverso, dato che è mascherato da qualcos’altro, al fine di essere comodamente veicolato ed intermediato attraverso appendici (spesso di natura privata), che sono poi direttamente finanziate dallo Stato. Che dire, su questo aspetto, dei criteri di gestione privata di buona parte dei servizi pubblici fondamentali (nettezza urbana; acqua; sanità; ecc.)? A quale forma di liberismo si sono ispirate, visto che gli imprenditori risultano di fatto immuni da ogni regime di concorrenza e da ogni pericolo di eventuale fallimento, essendo in questo garantiti dalla possibilità di ribaltare, con immediatezza e sulla collettività, ogni loro perdita?

Ma il contributo, dal mio punto di vista, più interessante che Luigi Einaudi ci ha dato attraverso il suo pensiero è l’idea che le questioni di ordine sociale non possono essere ridotte ad una mera questione o formalità di natura economica. In ambito sociale esistono altri fini da perseguire, per assicurare uguaglianza e libertà, che meritano un metro ed una valutazione diversa da quella economico-finanziaria. Su tali aspetti, estremamente complessi, che non sono ovviamente citati dall’economista liberista, ma che a mio avviso sono inerenti al diritto dell’individuo alla sicurezza, alla salute, allo studio, allo svago, alla ricerca, all’espressione delle proprie opinioni e convinzioni religiose e, simmetricamente, alla laicità, mi propongo di tornare al più presto in un prossimo post.

sabato 29 marzo 2008

Robert Kennedy e il PIL

(tratto dal Blog di Beppe Grillo, pubblicato il 23 marzo 2008)
Quarant’anni fa, Robert Kennedy tenne un discorso sulla reale ricchezza delle Nazioni e sul PIL. Tre mesi dopo fu assassinato. Cos’è il PIL, il Prodotto Interno Lordo? Il misuratore della crescita della società? La trasformazione in denaro, un concetto astratto, della nostra salute, del nostro tempo, dell’ambiente? Nessuno ha mai calcolato il COSTO del PIL. I danni dei capannoni vuoti, delle merci inutili, dei camion che girano vuoti come insetti impazziti, della distruzione del pianeta. Nessuno ha mai stimato il valore del tempo perduto per le code, per gli anni sprecati a lavorare per produrre oggetti inutili. Per gli anni buttati per comprare oggetti inutili creati dalla pubblicità. Il tempo, la Terra, la vita, la famiglia (gli unici importanti) sono concetti troppo semplici per il PIL. Un mostro che divora il mondo. Lo mangia e lo accumula. Lo digerisce e lo trasforma in nulla. L’equazione PIL = ricchezza è un incantesimo. I prodotti inutili non diventano utili perché qualcuno li compra.
“Solo quando l'ultimo fiume sarà prosciugato
quando l'ultimo albero sarà abbattuto
quando l'ultimo animale sarà ucciso
solo allora capirete che il denaro non si mangia."
Profezia Creek.




Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas:
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."