domenica 6 dicembre 2009

L'Italia: paese della retorica e dei cervelli in fuga.

Mi ha piuttosto colpito la lettera che Pier Luigi Celli, Direttore Generale della Università LUISS, ha indirizzato al proprio figlio. Non tanto per la lettera in sé o per il suo contenuto (un padre che invita il figlio a lasciare il paese, tra la gente comune, è un fatto abbastanza scontato), ma perché quel padre non è un uomo qualunque. Pier Luigi Celli è stato il Direttore Generale della RAI, un uomo di apparato molto ben inserito nella cosa pubblica; uno di quei personaggi dal quale, proprio perché potente, mai e poi mi sarei aspettato una lettera e un appello simili.

Il nostro è un paese bloccato e storicamente castrato dal nepotismo e dalle raccomandazioni, a ogni livello: locale, nazionale, pubblico, privato. È un paese, il nostro, nel quale il merito ha da sempre avuto un valore molto relativo. In Italia, sul piano della vita professionale, puoi esistere, se fai parte di un clan: una famiglia, un partito, una lobby, ecc. “Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.“
La fuga dei cervelli è un fenomeno che ha sempre riguardato il giovane universitario brillante, del tutto privo degli agganci giusti. Quanti concorsi truccati, nel nome della disgustosa pratica nepotismo. Quanta gente è riuscita a fare carriera in barba ai più meritevoli, solo perché figlia di Tizio, piuttosto che di Caio: “…Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility.
Il fatto, quindi, che una personalità come Celli inviti il proprio figlio ad andarsene, fa intuire come l’Italia sia davvero arrivata alla “frutta”: “Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.

Del resto, è un Paese, il nostro, in forte e irreversibile declino: che ha perso e perde competività da molti anni, in quasi tutti i settori economici; che non ha investito e investe in ricerca di base, né in quella applicata; che ha utilizzato e utilizza ancora la scuola come un parcheggio per studenti e insegnanti precari, più che come la fucina per la formazione delle classi dirigenti future e dei cittadini del domani. Un paese nel quale tutto ciò che è sinora accaduto, anche le stragi di inermi cittadini, sembra che siano avvenute per caso, senza che possano mai ravvisarsi le colpe di nessuno “Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico.

Ma sento un altro motivo di disagio, sempre a proposito della vicenda di cui discuto in questa nota, ed è la vuota retorica istituzionale che ha fatto seguito alla lettera di Celli. Quella retorica che è tipica dei nostri zelanti governanti, in primo luogo, dal nostro tanto stimato Capo dello Stato. Ai giornalisti che gli hanno chiesto un commento sulla lettera del direttore generale Pier Luigi Celli, Napolitano ha risposto: "Non credo che si possa dire a nessuno che ritorneremo alla Roma imperiale, sarebbe francamente eccessivo. Però, su questa base possiamo far crescere un Paese che sia all'altezza delle conquiste, anche delle civiltà contemporanee più avanzate".

Di fronte a questa “necessaria", "opportuna" sua affermazione, così utile a rinsaldare l’amor patrio in noi tutti, a me viene spontaneo rammentare all’illustre Presidente Giorgio Napolitano il modo in cui suo figlio Giulio è riuscito a entrare e a fare carriera in ambito universitario, il tutto ai danni di un tale Roberto Tomei. Giulio Napolitano, oltre a lavorare come consigliere per la Presidenza del Consiglio, ha infatti vinto un concorso a cattedra universitaria in diritto amministrativo, con un numero di pubblicazioni nettamente inferiore a quelle di Tomei. Quest'ultimo, di fronte al torto subito, ha fatto e vinto il ricorso con sentenza del Consiglio di Stato, che (per la prima volta in questo genere di ricorsi) ha affermato il principio secondo cui “per pubblicazione debbono intendersi soltanto le pubblicazioni diffuse nell´ambito della comunità scientifica che il candidato può vantare all´atto della domanda… la monografia del dott. Napolitano “Servizi pubblici e rapporti di utenza” risulta prodotta in esemplare stampato in proprio dall´autore, onde la stessa difetta del requisito minimo per essere definita pubblicazione valutabile agli effetti del concorso de quo“.
E i giudici hanno aggiunto: “Tale lavoro ha costituito elemento decisivo per la valutazione del candidato, in quanto ritenuto dalla commissione, quello di maggior rilievo sul piano sia formale sia sostanziale, come si evince chiaramente dai giudizi formulati, onde la sua non ammissibilità impone, di necessità, la rinnovazione del giudizio di idoneità espresso nei suoi confronti“.

Tuttavia, l'originaria Commissione esaminatrice, investita nuovamente della valutazione, ha preferito “farsi decadere”. Una nuova Commissione, costituita nell´agosto 2005, è stata poi annullata più di un mese dopo. Solo dopo una diffida da parte di Tomei, a febbraio del 2006, la commissione è stata ricostituita e ha terminato i propri lavori nel giugno del 2006. Non essendosi presentata la candidata D´Orsogna, si è trattato di attribuire due posti fra i rimanenti candidati, cioè Napolitano e Tomei. Ancora una volta Tomei è stato bocciato, ancorché dovessero essere valutati titoli non considerati dalla prima commissione. E´ risultato idoneo invece Giulio Napolitano, nonostante il suo lavoro principale, quello sul quale la prima commissione aveva fatto leva per promuoverlo, non potesse essere più oggetto di valutazione secondo la sentenza del Consiglio di stato. E così, alla fine, vissero tutti felici e contenti!

Evviva la retorica! Evviva il nepotismo! Evviva l'Italia!

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