domenica 6 dicembre 2009

Valore economico e crisi di valore

Il valore è il metro di ogni scelta e il presupposto di ogni nostro giudizio, sia che questo riguardi l’ambito della nostra esistenza materiale o delle relazioni interpersonali, sia che il valore attenga alla nostra sfera etico- morale o emozionale- affettiva. Il valore ci orienta costantemente, in modo spesso inconsapevole, nelle scelte che operiamo e nei giudizi che esprimiamo sugli altri, costringendoci alla misurazione e al confronto delle differenti alternative possibili, quelle per noi individuabili nello scenario del nostro, pur sempre, limitato concepibile. Il valore ci aiuta a soddisfare il nostro bisogno di appagamento, anche spirituale, nonostante ci imponga di rinunciare, più o meno implicitamente, a percorsi di soddisfazione differenti. Le scelte di valore, infatti, si fondano su decisioni di tipo relativo e discriminante, che ci inducono a decidere sulla base di uno scarto, di una differenza tra risultati contrapposti e/o contrapponibili.

In quanto metro della ragione, il valore si radica e si stratifica nel profondo della nostra coscienza, arrivando ad assumere in questa lo stadio di verità, raramente controvertibile. Attraverso il lento processo di metabolizzazione dell’educazione, anche quando questa assume i caratteri estremi della coercizione, grazie all’esempio che riceviamo e/o alla comprensione della nostra vicenda umana, deriviamo la nostra cultura e con essa cristallizziamo la sintesi di valore delle nostre suggestioni, riconducendole, comunque, all’interno di poche categorie, con le quali classifichiamo gli eventi e i casi della vita in modo efficiente.
Il valore, tuttavia, non è soltanto il patrimonio di un singolo individuo. Nel momento in cui esso viene stabilmente condiviso e riconosciuto da una moltitudine, il valore diventa il patrimonio di tutti gli individui, che per questa ragione assumono la veste e il significato ulteriore di una comunità. Allo scopo di tramandare questo patrimonio alle generazioni future, la comunità codifica il sistema dei valori collettivi all’interno di alcuni precetti fondamentali, in base ai quali dispone ogni altra specifica norma di comportamento per i propri membri, definendo a corollario, gli specifici profili sanzionatori. Sotto questo profilo, dichiarazioni fondamentali, quali la carta costituzionale, rappresentano il punto di arrivo più elevato e nobile a cui una comunità sociale possa ambire, poiché in queste documenti si ritrovano i più importanti traguardi di civiltà raggiunti, spesso anche al costo di lotte sanguinose o di eventi e sommovimenti drammatici, per la vita degli individui che hanno fatto la storia di quella comunità.

Il valore, quindi, è un’entità astratta, che diventa metro e guida per i nostri comportamenti quotidiani ad ogni livello, ma soprattutto quando ci troviamo a condividere scopi, alimentando relazioni di scambio e di confronto con gli altri. Ma valore è, purtroppo, anche un sinonimo e il termine fondamentale che l’economia utilizza per qualificare le cose, e per dare loro un ordine di importanza relativa. Nelle sue prime accezioni, la teoria economica attribuiva un senso a questa parola e correlava il valore, essenzialmente, all’utilità incorporata nei beni e alla loro più o meno elevata disponibilità nel mercato. In base a questo principio, un bene e/o un servizio, utili per il soddisfacimento dei nostri bisogni quotidiani, avrebbe avuto un valore elevato e tanto maggiore se fosse risultato nel contempo di difficile reperibilità. È un concetto, questo, che risponde a una logica di lineare buon senso: ciascuno di noi cerca di soddisfare le lacune della propria esistenza, operando una selezione attenta delle fonti da cui può ricavare il benessere. Tendenzialmente, non ci approvvigioniamo di cose “inutili” e, d’altro canto, siamo indotti a ritenere la nostra iniziale percezione di mancanza, tanto più urgente da soddisfare, quanto più costatiamo la scarsità del bene o la sua rarità o la presenza di numerose e concorrenti richieste da parte di molteplici individui sullo stesso bene. Quindi, a parità di utilità, tenderemo ad attribuire un valore maggiore alle cose e, in genere, a quelle più difficili da procacciare.

Nelle sue primissime forme, le attribuzioni di valore intervenivano mediante il ricorso al baratto. Si contrapponevano tra le parti utilità e scarsità rispettive e si giungeva a un rapporto di equivalenza che fosse in grado di soddisfare entrambi i contraenti. In seguito, con il passare del tempo e con l’aumentare degli scambi, per effetto della specializzazione e della divisione del lavoro, ma anche a causa dell’estremizzazione del concetto di utilità (per cui su questa si sono innestati e diventati prevalenti elementi di giudizio quali: status, estetica, moda, gusto, ecc.), si decise di affidare a un metro esterno il ruolo di fotografare il valore delle cose, in modo “oggettivo” e stabile. Quel ruolo fu affidato al denaro e a un bene che, più di ogni altro, fosse capace di attribuirne il valore, la supremazia relativa e la stabilità nel tempo: l’oro. Purtroppo per noi, l’oro in quanto metro del valore economico, non ha mai posseduto anche il requisito della necessaria indipendenza e neutralità, dato che a detenerlo erano e sono ancora oggi pochi e ricchissimi individui, non certo scrupolosissimi sul piano morale. Il metro del denaro, quindi, acquisì il rango di metro per tutte le cose e per tutti gli individui, ma fu sin dall’origine affetto da vizi e soggetto ai pericolosi condizionamenti di quelle poche persone che lo detenevano e che erano in grado, perciò stesso, di manipolarlo. E non è un caso, a mio avviso, che ancora oggi le banche centrali continuino a essere di proprietà dei banchieri, pur essendo istituzioni di diritto pubblico nell’ordinamento di ogni Stato sovrano.

Ma proseguendo nel ragionamento intorno ai valori in generale e al confronto di questi con il concetto di valore in senso economico, diventa adesso doveroso riflettere sulla peculiarità del processo di creazione di quest’ultimo. Il valore economico si crea sempre attraverso un processo di trasformazione, che “distrugge” il valore originario dei beni e dei servizi che impiega, allo scopo di crearne non soltanto di nuovo, ma anche in quantità superiore a quello che era proprio dei beni e dei servizi che consumati. Ad esempio, quando produciamo il pane, “distruggiamo” il valore specifico della farina e del lievito che ci permettono di produrlo e creiamo, grazie alla nostra originale azione creativa, un nuovo prodotto, una nuova utilità, il cui valore assoluto, se il pane ci viene bene…, supera necessariamente quello della farina e del lievito che abbiamo consumato. Questo presupposto fondamentale si definisce principio dell’economicità e non può essere disatteso, nella logica di cui si discute. Se il valore del pane e l’utilità che ne ricaviamo, fossero inferiori a quelli della farina e del lievito, in quanto tali, non avrebbe alcun senso logico produrre pane.

C’è, tuttavia, in questo ragionamento, un limite specifico, che mette in luce, e in tutta la sua evidenza, un cortocircuito etico- morale e una contraddizione di fondo tra il principio dell’economicità, valore guida della teoria economica applicata, e il più ampio ventaglio dei valori umani ai quali vorremmo sempre ispirarci sul piano ideale. Il limite è, a mio avviso, ravvisabile nell’ambiguità di ruolo che l’economia affida a una risorsa fondamentale per i processi di trasformazione della ricchezza e di creazione del valore: l’uomo. In economia, nonostante alcune sfumature più o meno circostanziate nelle differenti correnti di pensiero (da Ricardo, fino allo stesso Marx, senza dimenticare Weber, Taylor, Mayo, ecc.), l’uomo assume il rango di mezzo di produzione assimilabile a un bene e, in quanto tale, l’uomo, così come il bene materiale, finisce con l’avere un proprio valore intrinseco (un proprio prezzo di vendita), che è misurabile sempre sulla base dell’unico metro: il denaro. La prestazione lavorativa, ma anche quella imprenditoriale, assumono valore e magnitudine proprie, che risultano proporzionali alla “utilità” della competenza, ma dipendenti dal peso relativo di ogni individuo nel processo di produzione. È un criterio spietato, che ha condotto e che conduce non pochi individui all’alienazione e alla disperazione estreme, soprattutto in questo periodo di profonda crisi economica, diventando causa di conflitti e di contrapposizioni sociali dai risvolti spesso drammatici.

Ma la supremazia dell’approccio economico all’idea di valore e il suo contraddittorio riflesso sulla nostra morale sono evidenti a tutti. Tutta la nostra vita si snoda, alla fine, intorno a scelte valoriali di tipo economico, che tengono in primo luogo conto del metro monetario: sin dalla scelta del percorso di studi, fino alla scelta del luogo in cui vivere o anche fino all’idea di mettere o meno al mondo dei figli. Siamo, molto spesso, drammaticamente condizionati da ciò che possediamo e nella comunità cui partecipiamo, ci ritroviamo ad avere facoltà di esplicare il nostro essere, in misura pari alla nostra capacità, potenziale e reale, di accumulare la ricchezza materiale. L’idea del nostro benessere ruota invariabilmente, anche a livello politico- istituzionale, intorno al principio della crescita materiale. Lo stesso indicatore di benessere di una nazione è ancora oggi il PIL, un indicatore che misura la quantità di ricchezza materiale a valore monetario, creata da una comunità nel corso di un determinato periodo di tempo. Sull’altare di questa folle simmetria, in base alla quale il benessere dell’individuo corrisponde alla sua disponibilità di ricchezza materiale, abbiamo sacrificato diritti e valori ben più importanti: la solidarietà umana; il rifiuto del razzismo; la libertà in tutte le sue forme; lo studio; la salute; la sicurezza; ecc.

Quanti individui vengono giornalmente espulsi dal sistema produttivo della ricchezza o respinti alle frontiere in modo sprezzante e quanta indifferenza da parte di tanti si accumula intorno a loro e alla loro sorte e quanto è misero e risibile, nello stesso tempo, il nostro compianto.
Dovremmo, quindi, con coraggio e con urgenza profondamente ridisegnare il nostro sistema di relazioni e di modi di misurare i valori, per riuscire a superare questa logica in definitiva aberrante. Lo scambio economico è, per sua natura, configurato in maniera tale da impoverire un individuo a vantaggio di un altro. Attraverso questo genere di scambi, se vogliamo acquisire un bene o un servizio, dobbiamo sacrificare inevitabilmente una parte della nostra ricchezza, nei limiti di quanta abbiamo oggi disponibile. È un “do ut des” piuttosto rigido, che non fa sconti a nessuno, al quale hanno diritto di partecipare solo coloro che posseggono qualcosa che sia meritevole di valutazione. Ci sono forme si scambio, invece, nelle quali nessuno dei contraenti si impoverisce. Se io trasferisco agli altri la mia conoscenza, io non la perdo affatto, anzi probabilmente mi arricchisco, grazie al confronto dialettico con coloro ai quali la trasmetto. Attraverso gli scambi di tipo non monetario, in definitiva, tutti hanno la possibilità di arricchirsi ed è su questi modelli che dovremmo puntare per realizzare una comunità umana, finalmente degna di essere definita tale.
Abbiamo quindi bisogno di una nuova utopia che punti a una seria “economia della solidarietà”, che abbandoni la spietatezza del metro monetario, l’ingordigia del possesso materiale e nella quale sia esaltata, piuttosto, la creatività umana e la spinta naturale e positiva dell’uomo verso la socializzazione e la condivisione delle risorse e degli obiettivi. Le crisi economiche, come quella attuale, possono essere l’ambiente fertile per creare questo nuovo percorso di coscienza.

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